Una volta era l’idea ed il traguardo, era il sogno dei
popoli liberi il cui
valore veniva affidato alla sovranità. Altro contenitore per non perdere
sicurezze.
Si sceglieva
l’uomo che il partito dichiarava “quello giusto” e che lo stesso partito
sosteneva, giusto per renderlo più forte e credibile.
Ma il
partito, allora, aveva un suo tracciato programmatico che differenziava modi e
obiettivi, come dire ad esempio che per il comunismo la proprietà privata era
da bandire e di conseguenza si modificavano concetti, teorie, soluzioni
amministrative, ipotesi di società.
Il voto poteva sembrare dunque più riconoscibile, la sovranità esercitata attraverso quello strumento
poteva rappresentare una scelta di fondo.
Già ma anche allora con
una sostanziale dose di illusioni!
Se è vero
che è il dopo a significare il prima, quel prima è oggi tutto da ri-capire. Se
il domani è affidato all’oggi, beh, occorrerebbe cancellare le illusioni e
rimettere i puntini sulle “i”.
Ma l’illusione non è quella filosofia che ti fa
credere che esisti?
L’imbarazzo
della scelta non può indursi a lunghi e pesanti elenchi di illusione, ma una
dimensione di principio va sollevata: noi non abbiamo le idee chiare!
Confusi e
spiazzati dalle ormai lunghissime esperienze politiche che hanno spazzato via
coscienze e società ideali, siamo divisi:
c’è chi si
ripara dal nichilismo e continua ad abbarbicarsi al potere di turno, chi è spinto
a valutare solo ora e subito e dunque
perde il filo, chi ha ricevuto qualche sorriso e non vuole perderlo, chi ancora
crede che stare vicino al sole porta vantaggi, chi non gratta la superficie dei
buoni propositi ed ancora chiama “condivisione” il compromesso e gli annessi
utili, chi ritiene che votare sia un potere ma non importa di chi, chi vorrebbe
esserci dentro il sistema e chi ne sta distante, chi blandisce il suo elettorando sostenendo il proprio impegno di “servizio” contando sulla poca memoria del votante che alla fine
viene utilizzato per fare carriera, c'è chi.....
Una bandiera
c’è per tutti, perché alla fine siamo tutti deboli e cercando come uscirne
vorremmo aprire porte inesistenti su realtà immaginifiche.
Ma quale
etichetta escluderebbe l’altra?
Quale sistema darebbe un senso a quell'etichetta?
Abbiamo
imparato che l’uomo più giusto alla fine è sempre l’uomo di un partito, che il
partito si associa ad altri partiti, perché
altrimenti la maggioranza non si forma, che l’apparentamento di più partiti
insegue accordi del potere, che governare è un sistema, quello che le cronache raccontano con più o meno enfasi o
quello che conosciamo nella vita privata sbattendoci spesso, ma indubbiamente
quello fuori dal quale si è esclusi.
Il cittadino
rimane l’incauto portatore del dovere di votare. Si, tanto che sentirsi assegnare un tal compito rende importanti e fieri e non importa più cosa votare!
Se poi è
anche portatore di diritti essenziali, come formazione, salute, lavoro, se ne
può discutere con quella onestà
intellettuale che ri-conosce tali diritti e quella deprecabile ombra-alibi
pronta a negarli perché soldi per questi non ce ne stanno. E’ vero, non ci
stanno perché circolano in altri portafogli e se si conosce la struttura di un
bilancio si sa bene che se in un capitolo non ci sono è perché non ci si
mettono per riporli piuttosto in altri con-venienti. Ma se si dice che non ci
sono qualcuno si accontenta!
Intanto non
c’è nemmeno uno straccio di controllo anche perché, francamente, ciascun
cittadino come dovrebbe o potrebbe controllare, salvo poi a ricredersi quando
le tegolate della cronaca feriscono le sue sicurezze.
Eppure, che
bello sentire tutti che trattano di democrazia come fosse casa propria!
Maria Frisella

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