Il
Genio, dal cui nome dal greco ghenos e dal
latino genius si desume il significato di nascita
e di generatore di vita, è protettore della famiglia, della casa e
persino degli affari del suo devoto.
Presiede alla nascita dell’uomo e lo accompagna nella vita
condividendone gioie e dolori.
Se arrivi dal mare il Genio ti accoglie
all’ingresso del porto, pretendendo di simboleggiare Palermo nell’ altorilievo
marmoreo che trovi su via Emerico Amari,
Ti
tiene compagnia i l Genio , dal centro
della settecentesca fontana di Ignazio
Marabitti, a Villa Giulia ed è lì, a ricordarti cosa rappresenta, dal pannello
musivo all’ingresso della Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni, o nell’affresco
della scena allegorica, sulla parete destra della cappella di Santa Rosalia,
nella Chiesa del Gesù , accanto ad un uomo infreddolito dall’inverno e al fiume
Oreto, ma protetto dall’ angelo inviato dalla più famosa Santa Rosalia.
Chissà cosa vuolea dire dalla fontana
del XVI secolo
a Piazza Rivoluzione, dove i palermitani
si riunivano durante i moti del ’48, chiamandolo a testimone del desiderio di
libertà dal dominio borbonico o dall’affresco nel salone da ballo
di Palazzo Isnello dipinto da Vito D'Anna
e considerato uno dei capolavori della pittura siciliana del XVIII secolo.
Eppure sta a proteggere anche dal bassorilievo
della
più popolare via Oreto al civico 108.
Avrai certamente notato alla Vucciria il
Genio del Garraffo, chiamato Palermu
lu grandi (Palermo il grande) nella scultura di Pietro de Bonitate del XV secolo
e nell’edicola del XVII secolo.
Per non fargli torto, è presente nelle
due sedi rappresentative della città, a Palazzo Comitini, già sede della
Provincia, dove campeggia in un arazzo nella sala delle armi, e a Palazzo Pretorio,
sullo scalone di ingresso della sede municipale di Palermo.
Eccolo il Genio, affettuosamente conosciuto come Palermu u nicu (Palermo il piccolo), nel
cinquecentesco gruppo scultoreo ai piedi dello scalone interno di Palazzo
Pretorio o delle Aquile, da dove
continua a proteggere, posto sulla
piccola conca simboleggiante la Conca d’Oro, ricordi?, quella splendida pianura verdeggiante che
circondava Palermo.
Tu pensa che questa rappresentazione
marmorea sarebbe stata relegata nelle cantine di Palazzo Pretorio, e ritrovata nel
1596 dal Pretore Francesco del Bosco, conte di Vicari, che la fece collocare
dove oggi si trova.
Il complesso marmoreo alto 2,60 metri,
sembra assemblato probabilmente proprio nelle attività di risistemazione dopo
il suo ritrovamento, è attribuibile al celebre scultore Domenico Gagini ed a Gabriele di Battista.
Sul basamento in marmo grigio del Monte
Billiemi, poggia la colonna in porfido rosso che termina con il capitello
in marmo di Carrara, stele funeraria a forma di bulbo con una vasca in cima e in basso dei medaglioni con scene che ne
illustrano il testo. Sul basamento, ai lati della colonna, seduti su cubi i due
paggi che reggono ognuno uno scudo ed in quello di sinistra è scolpito lo Stemma di Palermo.
Più in alto, a ben guardare, puoi
leggere un monito ed una promessa scolpita nella parole “fidelitas”.
Sul bordo della conca campeggia la
scritta ricordata dallo
storico Fazello che sottolineava nelle
sue Decadae :
“... i palermitani
raffigurano la città in aspetto d’uomo, il suo petto è avvolto da un serpente
che lo succhia, davanti ai piedi ha una cesta piena d’oro e di fiori con
questa scritta:
Panormus vas aures suos devorat alienos
nutrit.” (Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri)
Strano
e particolare questo simbolo iconografico, il Genio!
Potrebbe discendere da Sarturno, Genio di
Crono, dio dell'agricoltura e simbolo
abbondanza, divoratore dei propri figli, o come interpreta Vincenzo Di Giovanni un dono di gratitudine fatto da Scipione ai
palermitani che lo avevano aiutato nella guerra contro il cartaginese Annibale,
per ricordare nella statua posta sulla conca aurea il guerriero che nutriva dal
petto un serpente.
Ma rimane un uomo maturo, con la barba
divisa sul mento, con la corona sul capo,
simbolo di vittoria e dignità, abbracciato ad un serpente che si nutre al suo
petto ed accompagnato ai suoi piedi da un cane.
L’ambiguo serpente, tradizionalmente
associato alla terra e all'acqua
e quindi alla fertilità, qui potrebbe essere l’indicatore della trasformazione
e del rinnovamento attraverso le modificazioni di traffici, commerci, culture, prodotti nel corso della storia della
città conquistata più volte
dagli stranieri. Ma potrebbe anche simboleggiare prudenza e conoscenza
associata alla forza fisica. Chissà che non ci sia l’ispirazione di Asclepio!
Il cane, ai suoi piedi, rappresenta
nobiltà e fedeltà.
Forse meno conosciuta della più fiera
aquila, che al centro del gonfalone della città, con le ali aperte e di colore oro,
tiene tra gli artigli la leggenda “S.P.Q.P. ”Senatvs
PopvlvsQve Panormitanus (senato e popolo palermitano), e ricorda
idealità, cultura, fierezza e aspettative di un popolo, altrettanto cara alla
memoria l’Allegoria del Genio, che vede Palermo vissuta ma ricca, in continuo rinnovamento,
sempre bisognosa di protezione.
Maria Frisella

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