| foto di riccarda balla |
Discuto sulla opportunità di seguire praticamente la fattibilità di una economia di scambio, dato che i presupposti di un ritorno salutare (benessere in generale) della popolazione sono proprio le attuali condizioni dell'ospitalità siciliana di una forza potenzialmente straripante ma stagnante nell'ozio (che è padre di tutti gli inferni). Amare Palermo vuol dire avere uno spazio che appartiene alla storia e alle tradizioni che si sono affermate anche attraverso l'architettura e i ruoli di personaggi che appartengono all'anagrafe e alla storia della città. Ora, permettimi la metafora, prova ad immaginare Palermo uno spazio corrispondente ai quadri che hai incorniciato e appesi sui muri di casa tua ai quali qualcuno a tua insaputa ha sostituito i disegni. Questo è ciò che sta accadendo da anni alla città di Palermo, la festina lente - come dissero i latini - quando lentamente e inesorabilmente il patrimonio caratteristico viene lentamente e indebitamente preso di guisa che l’appropriazione indebita risolve nel possesso del patrimonio di privati che operano illegalmente sulla proprietà altrui. Se passate da via Salinas costeggiando l’inferriata perimetrale di Villa Trabia all’altezza della serra, vi renderete conto che sotto ai nostri occhi si svela la clandestinità di un mercatino d’opere murali e marmoree. E’ il caso di tralasciare i commenti su quanto e come è eluso il controllo da parte dei vigili e dei custodi, perché l’esistenza di questo commercio è semplicemente raccapricciante e il nostro Comune dovrebbe intervenire in modo esemplare. Perciò, se vi capita di passare da via Salinas a piedi, guardate verso il basso e fatevi un’idea di cosa succede all’interno di Villa Trabia. Ma quest’impostura interessa tutti i beni culturali e ambientali di Palermo! Il nostro patrimonio culturale sparisce ora dopo ora e insieme ad esso anche la nostra indignazione si perde insieme ai connotati archetipici e culturali (il mito, le statue, le biografie i fiumi e i litorali e ancora la grecia, l'arabia, le dominazioni normanne) La decantata bellezza dei nostri luoghi (per es.: il Parco della La favorita, l’orto botanico e villa Giulia) dovrebbe significare un richiamo turistico da suscitare meraviglia stupore e fama tali da riempire Palermo di milioni, dico miliioni, di visitatori all’anno. Una volta, passando da quelle parti mi sono immaginato una monorotaia che porti i turisti in giro per i Nebrodi. Invece, nulla si fa e tutto si lascia distruggere e la fama secolare di “palermo città bellissima” subisce una rivoluzionaria metanoia. La strada che porta a Mondello è ridotta ad una camera a gas per il traffico inammissibile e troppo su tutto, e anche le vie sterrate che attraverso in bicicletta sono ridotte ad una vergognosa discarica la cui incuria duratura e ininterrotta comporta la scandalosa espropriazione da parte di stanziali sconosciuti che hanno destinato questi luoghi oltre che alla prostituzione, alla negromanzia e a pratiche rituali. Datevi uno sguardo intorno, neanche si preoccupano di cancellare le tracce! Che riti sono? E cosa succede alla Natura?
Insomma,
il degrado è questo ed è generalizzato. Agli angoli di città, col rischio che cadano i cornicioni intignazzati dallo smog, ci sono i vespasiani a cielo
aperto e la puzza degli emuntori è ad ogni passo allato di qualsiasi aiuola o scalinata. La festina lente è in corso da lustri perché
gli immigrati sentono la cittadinanza indiffferente alla presenza che non cura e ci mortifica. Circostanze
che sposano l'inconcludenza politica che induce alla appropriazione indebita di
tutto, anche di valori immateriali come la bellezza o l'igiene dei luoghi.
Bisogna
normalizzare. E questa è una urgenza, e normalizzare non vuol dire nè olocausto nè diaspora.
Lo scambio di attività gratuite può significare la riappropriazione pacifica di ogni
valore palermitano e isolano, e può evitare che l'ozio degli immigrati si
trasformi in noia e contemporaneamente induca nella meditazione di rivalse inerenti
alla personale e miope dimensione di ospite abbandonato. In questo senso il
buonismo non porta a niente e, al posto della vessazione alienante, io richiamo
al dovere ogni siciliano o palermitano che
non deve permettere che ciò possa accadere. Ci vuole un programma dedito alla normalizzazione del patrimonio
culturale e ambientale devastato anche con la complicità degli amministratori e
organi deputati alla vigilanza, manutenzione e viabilità: è impossibile che non se ne accorgano ed è ancora peggio che se ne freghino. La normalizzazione può facilmente prevedere come impegnare le
maestranze attualmente assistite per rimettere a posto il maltolto e indurre
l’avventore casuale o abituale a godere di nuovo della bellezza e dello splendore che i
nostri luoghi sanno offrire.
Palermo Novembre
2015
Grazie
per l’attenzione Marcello Scurria
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