Responsabilità sociale. Disciplina o
alibi?
Da qualche
tempo ci si meraviglia per scelte di tipo disciplinare che vengono assunte
nelle scuole e non solo. A me sembra che la questione sia da discutere per le
dimensioni sociali dimenticate, presi
come siamo a dettare contro-regole. Perché le azioni disciplinari nelle scuole
sono oggetto di scoop giornalistico piuttosto che rientrare nell’ordinario
percorso della formazione della persona?
Bene intanto che si concordi il significato di disciplina
che, dal latino discipŭlus
“discepolo”, richiama letteralmente l’educazione, l’ ammaestramento, l’ insegnamento, comportamenti che regolano la capacità di
ciascuno nel sapere convivere, con ordine e rispetto.
E’
dunque un insieme di norme e convinzioni che, se osservate, aiutano il soggetto
a superare le sue difficoltà senza piangersi addosso o diventare aggressivo, e sostengono
tutti ad assicurare una sana organizzazione ed un corretto funzionamento nei
contesti di vita, sia che ci si trovi in famiglia che a scuola che nello Stato
e al lavoro.
Io sostengo che si tratta di metodo ed il
metodo si matura nell’esercizio sistematico e dunque costante, fin dalla più giovane età. Non è una pre-dica
ma una misura di noi stessi.
Eppure siamo
investiti, e forse nemmeno ce ne meravigliamo più, da comportamenti relazionali
non corretti, teppismo, bullismo, lassismo, in una parola maleducazione, assumendo in genere ogni forma di giustificazione,
spesso alibi, quello stare altrove comodo per
il quieto vivere perché ricompone ed accomoda il rinfacciarsi le responsabilità.
Il nostro
paese veste sempre più frequentemente
l’abito delle trasgressioni, dell’assenteismo, delle truffe e dei
latrocini, della violenza, e si continua
a discutere di legalità come dovesse essere un dono divino, si diffonde il perdonismo che è quella giustificazione
a tutto e a tutti nella quale si concima inopinatamente la cultura del potere
fare ciò che si vuole.
Si passa dall’idea
che il maleducato: “ è piccolo ancora, non capisce” al : “ ma è appena un
ragazzo!”, dal “ ma stava lavorando ed
ha diritto a distrarsi ( magari vedendo programmi poco convenienti in orario di
servizio) e non è vero che si assenta” a “ ma in fondo ha rubato poco”, da”se ha
violentato c’è una ragione” a “ se si droga è perché è un disadattato”. Si
trovano attenuanti, sostenibili o no, ma piuttosto che rimuovere i disagi educando già da piccoli,
si allentano i freni disciplinari e non segue una misura correttiva.
Non è dunque una dimensione che attiene
la scuola quanto una dimensione sociale che nella scuole dovrebbe vedere un
luogo privilegiato a difendere la regola quale strumento di educazione e disciplina. Non
lezioni teoriche di educazione ma modelli coerenti, non divagazioni ma esempi. rispettando funzioni e compiti.
Eppure quando
si parla di disciplina sembra che si parli di repressione, come fosse una
condanna alla propria libertà comunque la si eserciti. Per quanto la libertà
propria confina, e non sconfina, nella libertà altrui, spunta subito il
giudizio critico, quello che si appella ai diritti, e la contestazione agli interventi vissuti
come abusi. Si direbbe che si rigira la frittata ed alla fine chi dovrebbe
essere apprezzato perché intende
correggere abuso e scorrettezza, il genitore, il docente o il capo dell’ufficio, diventa l’autoritario e il
despota dell’immaginario collettivo.
Una volta
ebbi a sostenere a chi proponeva corsi di orientamento per i giovani che
sarebbe stato più utile rivolgerli agli adulti perché sono quelli che
disorientano e diseducano, ovvio con le dovute eccezioni e suscitai offese e risentimenti.
La
disaffezione alla disciplina è un danno
sociale enorme che da anni, forse quasi dal ’68, ha allentato i freni delle
regole modificando i sistemi relazionali delle generazioni, sempre più fluidi e
sempre meno controllabili pure nel quadro di un patto educativo che ormai non
riesce a reggere le pressioni.
Essere
disciplinati e disciplinare è un impegno grave che obbliga alla coerenza e la coerenza
non è facile da mantenere, anzi infastidisce e non poco. Una mina vagante!
Troppo
distratti da presunti diritti, impoveriti nell’educazione civica, abbiamo finito
per disperdere il significato sociale della disciplina e quanto la disciplina
muti e formi la convivenza fin da piccoli.
La famiglia
ha da tempo delegato altre istituzioni al suo compito educativo, ed il figlio
lo sa, la scuola ha gravi difficoltà ad intervenire per una serie di motivi, e
questo lo studente lo sa, gli uffici pubblici non controllano e questo il
lavoratore lo sa, per essere gradevoli e “simpatici” occorre cedere a
permissivismi e a continue trattative, e questo lo hanno capito tutti, per
fare carriera o stare tranquilli è necessario accogliere compromessi- concertazioni,
non intervenire con correzioni e controlli
spesso nasconde la difesa di propri interessi e ci si accorge anche di
questo, la burocrazia fa il resto ed allora le regole si perdono in utilizzi
diversi ed impera la deregulation.
Si disperde
il merito ed il valore e si costruiscono modelli di tipo ben diverso. Diseducanti.
Il grave è
che non si ottengono cittadini più forti nella loro dignità ma nella pre-potenza,
non più saggi nella cultura ma più disordinati nelle pre-tese, non più sicuri
di se stessi ma egoisti.
Ancora, quello che sembra deviare ogni significato di disciplina
è l’idea, ma forse è ancora una volta un comodo alibi, che le regole comportamentali possano essere
tanto astratte ed impersonali da renderle addirittura ingiuste. Ed invece il
senso sta nella responsabilità propria ed altrui perché convivere con se stessi
e con gli altri comporta chiamarsi in causa ed esercitare rispetto per
riceverlo non perdendo di vista il fatto che dove ci sono diritti lì stesso ci
sono doveri.
Le molte
confusioni tra funzioni e interessi diversi, tra incoerenze e relativismi hanno
sbiadito i doveri tanto da non parlarne nemmeno. Scomodi, odiosi e di impaccio,
sono gli interventi sanzionatori ma
ancora più dannose le minacce di intervento che poi non avviene lasciando nella
ulteriore convinzione che “non succede nulla”, che nessuno se ne accorge, “tutto
è concesso” e che ci si può ribellare difesi magari anche per solidarietà dal
proprio gruppo.
Proprio lì si
annulla il valore della disciplina personale e sociale, lavorativa e politica
nella nebbia dell’etica. Intanto diventiamo sempre più deboli e stanchi.
Maria Frisella
Maria Frisella
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