
Quando Enea volle
ricordare l’anniversario della morte del padre Anchise che aveva portato da
Troia fino a Drepanum, oggi Trapani, oltre alle preghiere e ai sacrifici,
organizzò nella piana sotto il monte Erice, i “Ludi”, spettacolari e festanti
giochi sportivi rinforzati da banchetti e libagioni. Ce lo racconta Virgilio
nel V libro dell’Eneide, testimoniando il carattere gioioso e festoso di commemorazione
dei defunti nella nostra terra di Sicilia.
Se ci pensiamo, la “festività dei morti”
è un patrimonio storico culturale molto intenso: i defunti non si commemorano
soltanto, li “festeggiamo!”. Per noi festeggiare i morti significa ripercorrere
una storia antica, legata alle grandi civiltà del passato che parlano in
sicano, siculo, elimo, fenicio, greco e soprattutto latino. una storia che i
siciliani hanno saputo interiorizzare e trasformare assimilando le culture
cristiane e le loro pratiche religiose nel forte riconoscere la vita oltre la
morte. Ed eccoli i regali ai bambini, il 2 novembre e tra questi i dolci che fanno parte dei doni portati dai morti, i pupi di zuccaru, detti anche pupi di cena o più semplicemente cena.
Non si sa se vengono chiamati pupi a cena o pupaccena, per quella leggenda in cui un nobile arabo caduto in miseria li offrì ai suoi ospiti per sopperire alla mancanza di cibo prelibato oppure per quella cena organizzata nel 1574, a Venezia, in onore di Enrico III, figlio di Caterina dè Medici, quando il cuoco siciliano Sansovino, al quale era stato ordinato di preparare un dolce speciale, la volle rendere spettacolare con queste sculture di zucchero, realizzate grazie ai marinai palermitani che avevano trasportato lo zucchero.
Fatto sta che sono dolci antropomorfi (a
Erice credevano che i morti, prima di portare i loro doni, mangiavano e a Nizza
Sicilia (Me) i dolci che l’indomani sarebbero stati dati ai bambini venivano
disposti sulla tavola perché in quella notte i defunti della famiglia andavano a
cenare nella loro antica casa.
Dunque sembra che si trattasse di una
cena preparata in onore dei defunti per quel legame in cui si ritrova la vita
dopo la morte, forse per quella
primitiva credenza per cui mangiando il cibo destinato ai defunti, è come se ci
si nutrisse simbolicamente della forza e delle virtù degli amati scomparsi. Ma
c’è di più: significa inserirsi in un ciclo di vita-morte, di corpo e di anima
con l’intenzione dell’offerta di cibo alle anime.
Le statuine di zucchero colorato, di
grande effetto decorativo, tra la frutta martorana e i biscotti “Ossa di
morto”, ammiccano dalle vetrine delle pasticcerie, paladini o figure femminili,
personaggi tipici del teatrino dei pupi siciliani, insieme, negli ultimi anni,
alle zucche di Halloween.
Ricordano ormai con nostalgia i riti
delle tradizioni popolari, legati al trascorrere delle stagioni che sceglie
l’inizio di novembre per guardare la natura che si addormenta: i semi
"sepolti" nei campi, le foglie staccate dai rami, gli animali in
letargo, l’inverno buio, sono vissuti come una dimensione vicina alla morte, il
momento propizio perché i defunti tornino, anche solo per una notte, a fare
visita ai propri cari con la gioia del rivedersi e, perché no, del mangiare
insieme che testimonia un comportamento vitale.
Antichi documenti attestano che fino al
IV-V secolo, il 2 novembre veniva celebrato con i banchetti organizzati
direttamente nei cimiteri
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