Assistendo ai
continui interventi pubblici sui disagi sociali per l'impatto con flussi
migratori incalcolati, andando oltre mi chiedo quali assetti assumeranno gli
equilibri precari.
Stiamo vivendo
processi sociali, economici e politici importanti, spinti dal fenomeno della migrazione, e per
quanto occorrerà del tempo, forse qualche decina d’anni, si
stanno preparando nuovi scenari alle società di domani. E non ce ne occupiamo
debitamente, forse perché non ne sappiamo immaginare i contorni.
Io credo che si
stia affrontando il problema sotto il profilo dell’attualità, dell’accoglienza
ora e subito, dell’emergenza senza distinzioni, e lo stiamo trattando come una
dimensione di temporaneità. Eppure i flussi
migratori di questi ultimi anni stanno già modificando le condizioni sociali
attuali aprono già quadri di mutamento che si prospetteranno più nitidi quando
le grandi masse di popolazione, di
provenienza prevalentemente islamica, si saranno stabilizzate in Europa e nel
nostro paese. Ed è ovvio che le modificazioni avvengono non solo nei paesi
accoglienti ma anche in quelli di provenienza dell’emigrante.
Oggi le motivazioni che sollecitano le fughe dai
propri paesi di origine attengono ad aumenti demografici a cui non corrispondono
sufficienti risorse, quella fame che genera mortificazione di diritti, violenze
sociali, regimi totalitari, guerre, assenza di prospettive economiche che
migliorino le condizioni di vita, contrasti religiosi ed etnici. Al contrario i
paesi che attraggono sono quelli che fanno ipotizzare speranze di lavoro e
affermazioni dei diritti, capacità di istruzione per i figli e di progressi
finanziari tali anche da consentire rimesse ai parenti rimasti in patria.
Una delle prime conseguenze calcolabili è l’effetto
della diminuzione demografica dei paesi dai quali ci si allontana e l’aumento
consequenziale della popolazione dei paesi accoglienti, non solo in termini
numerici ma anche nella
struttura demografica la cui composizione varia per sesso ed età, soggetti
anziani e attivi. Ciò significa che si modificano anche i costumi e gli usi.
Per esempio in Italia, come in molti
altri paesi sviluppati, a fronte dell’invecchiamento della sua popolazione e
del deficit di nascite, si registra già un incremento delle coppie miste e
delle nascite di figli di stranieri. E a ciò si aggiungono gli attuali fenomeni
di emigrazione all’estero dei pensionati italiani che impoveriti in Italia dal
sistema esoso delle tasse trovano altrove condizioni migliori di vita. Nella
prospettiva storica ciò costituirà una evoluzione di maggiore misura e
costruirà nuove dimensioni relazionali sia sotto il profilo lavorativo che
sociale.
Non è una novità che gli immigrati
rappresentano una fonte di manodopera a basso costo perché date le loro povertà
sono disponibili ad accettare ciò che il mercato interno non tollererebbe ma
proprio per questo modificano lentamente il mercato del lavoro.
Non è possibile, a mio parere, oggi
ipotizzare se sarà positivo o negativo, di certo società e mercato del lavoro diversi.
L’inserimento degli immigrati comporta un
periodo di loro adattamento alle condizioni di vita, alla lingua ed alle regole del paese ricevente ma anche il paese che
accoglie deve adattarsi perché con l’inserimento e la graduale integrazione i soggetti
stranieri cominciano a prendere parte alla vita politica di quel paese non
rinunciando alle proprie identità ed alle proprie abitudini. Vantano, e
continueranno a farlo, dei diritti che cambieranno le condizioni giuridiche territoriali.
Già si assiste a concrete partecipazioni alla vita pubblica con onorevoli
stranieri e presidenti di associazioni economiche e religiose di comunità
straniere che dettano pareri e criteri di inserimento. Si costruiscono chiese
per loro e la loro religione. Ci si converte. E, avviene, si assiste ad un
indebolimento dei legami con la propria terra per mantenere solo quello
affettivo e alla pre-tesa di ricostruire la dispersa identità nel paese
ricevente ponendosi anche in contrasto con le leggi vigenti ed in conflitto con
quelle società. Tale rigetto sarà più forte e pressante nelle generazioni
successive.
Gli effetti
economici saranno pari a
quelli politici. Si trasformeranno le classi egemoni ed i gruppi di potere
tradizionali, cambieranno gli strumenti e le condizioni del prestigio sociale
delle élites, le competizioni tra gruppi e classi sociali.
E ciò perché, a ben guardare, i soggetti
stranieri non pensano di rientrare nelle
loro rispettive terre né di permanere nel loro Islam geografico. Non in Siria,
in Iraq, in Eritrea, in
Giordania, in Libano, non in Turchia, nei paesi in cui ritroverebbero tradizioni e sentimenti religiosi propri.
Chiedono di
permanere in terre a loro estranee nei costumi e nel credo, a fronte della
convinzione di recuperare benessere e di essere riconosciuti in un quadro di
protezioni umanitarie e legali. Inevitabilmente
invadono gli equilibri esistenti delle società che li accolgono e che fanno
fatica ad includerli, così come creano squilibri o nuovi equilibri nelle terre
che abbandonano.
Si tratta di
rigovernare un inedito socio-spazio che va dall’oriente all’occidente, dal nord
al sud della terra, il cui impatto oggi
è già presente ma in direzione del quale non credo ci sia abbastanza pre-occupazione
o forse c’è ma non ne seguiamo con sufficiente chiarezza i limiti e gli
orizzonti.
Non si tratta di inserire tali
processi in una letteratura ormai desueta di “globalizzazione” anche perché la
globalizzazione quale progetto politico degli anni ’70 è naufragata per il
presentarsi di elementi non valutati ante: le "diseconomie esterne globali" di Deaglio, fra cui le epidemie e le povertà, l'aumento
dell'invecchiamento complessivo della popolazione mondiale che compromettono lo sviluppo, , la crescita dei
divari di reddito, le disfunzioni del mercato, l'instabilità, l'inquinamento di
proporzioni incalcolate, la diffusione della corruzione nel mondo finanziario, le
crisi, l'emergere del terrorismo islamico, la diffusione delle nuove tecnologie.
Tutto ciò sembra restare ai margini nell’argomentare
il processo dell’emigrazione ma ne è complemento quando si pensa che sono
elementi che condizionano il principio ed il farsi della democrazia specie se è
in dubbio la possibilità e la fattibilità di una cultura come
sistema mondiale di reti di relazioni e di scambi, di regole e di giustizia. Certa letteratura che si impronta a ideologie
benevole ed umanitarie finisce per considerare meno le guerre in atto e il
ricorso alle armi per mettere ordine e prospettare un predominio politico nell’idea
di mettere fine alle controversie, che sono cause scatenanti di sradicamento
delle culture e di drammaticità del fenomeno migratorio. Ma anche quell’imprecisato
multiculturalismo quale faro si spegne quando si presentano le concrete
difficoltà di inclusione quali scontri di regole e di condizioni, di identità
vecchie e nuove, di ciondolamenti di presenze straniere incontrollate ed
incontrollabili o di radicamenti delle
stesse presenze ma tutto senza un progetto politico globale o europeo o anche
italiano. Una dimensione dell’integrazione il cui significato forse si sta sottacendo
E se si avverte il disagio sociale ed economico di
affollamenti stranieri non lo si chiami razzismo perché è tutt’altro.
Rimane per la
società la domanda: come cambieremo e cambieranno?
Maria Frisella

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