Da qualche tempo mi chiedo quale e quanta possa essere la sofferenza di
un cristiano omosessuale. Non vi è dubbio che l’omosessualità è vissuta ancora come
colpa per molti aspetti non ultimo la resistenza di quel senso comune che l’ha sempre rifiutata anche
nelle culture orientali ed africane oltre a quelle di tradizione giudeo-cristiana.
Ma il “senso comune” nasce
dalla interpretazione delle leggi si, però anche da quel soggettivismo che è in
ciascuno che nutre anche sentimenti negativi se la propria esperienza non è
stata felice ed ha filtrato convinzioni e pregiudizi.
Ed aggiungo che, a mio parere, anche la posizione della chiesa nei
confronti dell’omosessualità apre o chiude le porte della società. Ma è peccato sempre?
Se l’omosessualità è una condizione della natura che dimensione assume
quella “misericordia” che trapela e si identifica nel “Vangelo”? Misericordia è
per me un valore irrinunciabile della fede ma non va interpretata ad ampio
raggio come se la “tavola va apparecchiata per tutti” come dice Papa Francesco,
il peccato non può essere perdonato rimanendo nell’errore.
Allora occorre chiarire la condizione di “peccato”?
Il presunto peccato dell’omosessualità non è chiaro nella Bibbia e la
scienza non offre certezze in un senso né nell’altro.
Ed ecco che si ripresenta il confronto con la scienza: l’omosessualità è
un orientamento di cui ancora non è stata chiarita la natura. Insomma si nasce
omosessuali o lo si diventa?
Indubbiamente esisterà la condizione per cui la fantasia erotica e la
debolezza umana inducono a nuove esperienze e quindi al provare l’eccitazione “diversa”
come si usa l’allucinogeno. Forse è questa dimensione che ci presenta, nei
raduni, i gay pride, la esasperazione e certa volgarità che non aiuta a
discernere.
Come esistono le “condizioni ambientali” che fin dalla nascita
costruiscono ed influenzano i pensieri e di conseguenza i comportamenti.
Eppure lo stesso Gesù dice che alcune persone nascono omosessuali. Quando i discepoli in qualche modo discutono la indissolubilità del matrimonio e dicono a Gesù che “ non conviene sposarsi», Gesù rispose: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca». (Vangelo secondo Matteo cap. 19, 10-12, 13) Lo stesso Matteo commenta il significato di eunuchi come coloro che “fin dalla nascita hanno un’avversione fisica verso la donna....... chi è così orientato fa bene a non sposarsi”.
Ecco, “fa bene” è una scelta del soggetto eunuco in un quadro che vede il rapporto uomo e donna. Perché qui il problema prioritario mi pare essere quello che Gesù ha riconosciuto una condizione come dalla nascita. Quale colpa?
In questo caso chi può
misurare il profondo dolore di quanti, fin dalla nascita, si sentono collocati
nel peccato e sono tenuti lontano dalla Chiesa e dalla società come dai diritti
che ne conseguono?
Maria Frisella

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