Sembra che il
recupero prioritario dell’impegno della vita verso i valori portanti, assorbiti
da distrazioni, indifferenze o forse peggio, passino dalla tavola.
Se l’indifferenza su ciò che, considerandolo ordinario, ha
finito per essere scontato la scoperta di ciò che si mette a tavola potrebbe
essere un percorso ricco di sorprese, in cui ci si incontra, generazioni precedenti e successive, filosofie
e usi, consuetudini e natura, tecnologie e tradizioni, si dialoga e si ipotizza
un’intesa per razionalità, intelligenza e conoscenza.
Anche qui, a tavola, ci si può disperdere, quando ci sediamo e mangiamo dando priorità al piacere del
gusto, spesso squisitamente soggettivo, o
alla necessità del nutrimento fine a se stesso, o subendo la incultura di ciò
che ingurgitiamo, spinti da pasti veloci senza i “perché” collegati al cibo, al
legame tra cibo e salute, benessere, equilibrio, significati storici e religiosi,
sociali, modificati nel tempo e nella contemporaneità.
Dovremmo rifletterci di più, il cibo ha il valore di comunicazione. Se la
comunicazione è un pro-cedere che indirizza alla comprensione ed al dialogo
verbale e non verbale, il cibo diventa anche simbolo, attraverso le sue immagini ed i suoi protocolli d’uso, di
comportamenti, di circostanze, nel suo spiegarsi sociale che rimanda e genera
rappresentazioni e codici.
Per ciò stesso è cultura significativa dell’esistenza, determinante perché
quotidiano ed universale, strumento percettivo, legato alla sfera emotiva,
negoziabile e rituale fino al punto da divenire mezzo per creare culture. Lo
sostiene Raymond Williams, e condivido certamente la sua interpretazione quando
penso che l’uso del cibo e la sua scelta costruiscono identità e distinzioni.
Intervengono certamente i processi di coltivazione, di raccolta, di
preparazione, di consumo, che hanno distinto situazioni e contesti sociali
nelle geografie. Purtroppo non sempre siamo in grado di riconoscerli e di
risalire alle memorie che li determinano, e tale passaggio, quello della
conoscenza, ritengo che sia fondamentale per dare concretezza a due valori
portanti il cui prodotto è il ben-essere nell’ armonia:
1.
condivisione co-operativa
2.
fratellanza.
Ed è ovvio che la conoscenza delle gastronomie assume qui il significato più
ampio, non legato alla tavola ed al solo gusto, quanto alla tavola ed a ciò che
succede intorno ad essa.
In sé la gastronomia, dal
greco gastèr- ventre e nomìa -legge) pone in relazione biologia, agronomia, antropologia, storia, filosofia, psicologia e sociologia, sempre più serrate in direzione del
rapporto tra cibo e cultura. Lo si testimonia già dal primo trattato "La fisiologia del gusto" scritto
nel XIX secolo da Jean Anthelme
Brillat-Savarin che ha delineato l’intellettualità del gastronomo.
Lo sa bene la Fao quando si fa promotrice di sensibilità
scientifica e culturale e si muove sul fronte della condivisione rilanciando il
progetto Mediterraneo, che non è l’universalità ma la contiene nei principi.
Temi che sono obiettivi di
“sviluppo sostenibile” per quella “società complementare” che l’Expò ha discusso, quali il sostenere
politiche idonee alla produzione di Cibo Sano, il garantire i Diritti Umani ad
una sana alimentazione, il consolidare il “modello alimentare” contemplato dal
patrimonio della Dieta Mediterranea, il
costruire ambienti interculturali, ecumenici e di pace.
Proprio nell’idea di sostenibilità ritrovo l’approfondimento del
rapporto tra l’ uomo, la natura del suolo e del mare, del cielo, che di per se
stesso è volano di integrazione.
Tutto ciò si può costruire attraverso la consapevolezza
dei popoli, ciascuno per la propria storia e le proprie fedi, che non sono
barriere insormontabili se dalla conoscenza reciproca. si costruiscono amicizia
e rispetto.
Solo allora
si potrà negoziare il cibo come valore e
come etica alimentare.
Cibo “bene comune” si legge
nel Nuovo Testamento, segno dell’ azione etica “per e con” l’uomo. Dunque valore dell’ essere e del fare nelle
comunità tutte quale responsabilità verso il proprio corpo e in direzione delle
regole per uno stile di vita, comprendendo anche quello suggerito dalle identità religiose e dalle
eredità culturali.
E se immaginassimo di incontrarci a pranzo attorno ad una tavola imbandita con i
tanti con i quali capire le ragioni di
un menù ideale, ma soprattutto trovarne le fedi?
Il nostro
ospite induista rifiuterebbe qualunque tipo di carne, qualche volta anche
il pesce, consentendosi i latticini e in certi casi
le uova, perché considera sacra per esempio la mucca in quanto incarnazione dei
Veda ma anche perché chi dovesse consumare carni prodotte da aggressività
contro l’animale, porterebbe in sé la stessa istintività animalesca. Un precetto ecologista ante litteram.
L’ospite giudaico sceglierebbe il menù
vegetariano, contrario alla violenza e
mi spiegherebbe anche il perché si escludano alcuni vegetali e persino l’acqua
che non può essere bevuta in quanto
contiene piccoli organismi.
Il menù del Buddista sarebbe di tipo vegetariano, per
il rispetto dovuto a tutti gli esseri senzienti, dunque non mangerebbe la carne
perché “spegne il seme della
grande compassione”. Ma sembra che non sia la regola.
L'alimentazione
vegetariana è la regola nel Buddhismo Giapponese ma per il commensale buddista si potrebbero ordinare prodotti
giunti in occidente solo di recente come il tofu o il seitan, considerati
alimenti tradizionali..
L’ospite Caodaista, giunto dal Vietnam meridionale, accetterebbe il menù
vegetariano perché crede di ottenere una rinascita favorevole e l’ingresso in
paradiso sottraendosi al ciclo di vita e
di morte. Mi reciterebbe le parole de “Il
vero insegnamento del grande Veicolo”: "Se mangiate carne e volete praticare
spiritualmente, il vostro spirito
è contaminato da bassa energia e diventa pesante, non si eleva oltre il regno
di mezzo" . Dunque
affermerebbe con Cao Ðài, in “Unione
delle tre religioni” che
l'alimentazione vegetariana è il meglio per nutrire il nostro corpo".
Anche per l’ospite
che pratica il Confucianesimo l’l'alimentazione vegetariana è il modello di
alimentazione ottimale per l'uomo che non può sopportare di vedere morire gli
animali. Mi narrerebbe che: prima che la cucina fosse nota, il popolo
primitivo mangiava solo verdure... Allora un saggio insegnò all'uomo a
coltivare e a piantare alberi per ottenere il cibo. E il solo scopo di
assicurare il cibo è aumentare l'energia, soddisfare la fame, rafforzare il
corpo e alleggerire lo stomaco" (Mozi, volume 1, capitolo 6,
Indulgenza nell'eccesso)
Potrebbe
concordare con l’ospite sikh, che, secondo gli insegnamenti del Guru
Granth Sahib, escluderebbe nel menù il
consumo di qualsiasi tipo di carne, pesce e uova, proibito per le stesse
ragioni.
L’amico taoista mi chiederebbe il menù vegetariano, per vivere a
lungo e in buona salute, ma anche per compassione verso gli animali.
L’amico ebraico mi
ricorderebbe i primi versi della Genesi dell'Antico Testamento, : “Poi Dio disse: Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e
che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme:
saranno il vostro cibo». Ma aggiungerebbe l’apertura al consumo di carne e di pesce, che Dio diede dopo che il Diluvio Universale aveva
modificato clima e colture: «Quanto si
muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi
erbe».
L’ospite israelita,
che abita il villaggio vegetariano di Amirim, potrebbe spiegare che il suo menù vegetariano è dovuto
alla fede nella religione dei davidiani.
Se uno
degli ospiti fosse il premio Nobel 1966 per la letteratura,
lo scrittore israeliano Shmuel Yosef Agnon, ci direbbe di essere
convinto che il vegetarismo, oltre che sotto il profilo salutistico, possa incidere in modo favorevole sul
destino dell'umanità.
Lo
ribadirebbe lo scrittore Premio Nobel
1978 per la letteratura, Isaac Bashevis Singer,
che è diventato vegetariano per protesta
contro la condotta del mondo, per dissentire contro il corso degli eventi
attuali, l’ energia nucleare,
le carestie, la crudeltà.
Il metodista John Wesley, sedendosi a
tavola racconterebbe che aveva consultato il medico George Cheyne, vegetariano, traendo dalla sua
dieta priva di carne e di vino, il beneficio della salute.
Il commensale Benjamin Franklin, anch’esso vegetariano,
aggiungerebbe la sua riprovazione per delitti senza giustificazioni contro gli
animali al solo scopo di mangiarne le carni.
Può anche darsi che il medico John Harvey Kellogg
offrirebbe la sua dieta completamente naturale, convinto che la principale
causa di tutte le malattie sia la dieta a base di carne, specificando che, in
fondo, «i nostri più lontani antenati si cibavano esclusivamente di alimenti di
origine vegetale».
Il teologo e pastore
luterano Albert Schweitzer
(Premio Nobel per la
pace) animerebbe il confronto con la sua riflessione: “ Veramente morale non è che colui che
soccorre ogni vita alla quale egli può portare aiuto e si astiene di far torto
ad ogni creatura che ha vita. La vita in se stessa è sacrosanta. Io mi rendo
ben conto che il costume di mangiar carne non è in accordo con i sentimenti più
elevati.”
Anche l’ospite
cattolico sarebbe attento al diritto degli animali, ma è una posizione non sempre
unitaria nel Cattolicesimo che sostiene che si possono consumare carne e alimenti di origine animale, perché gli
animali non avrebbero un'anima
e la “loro esistenza sarebbe pertanto
subordinata a quella dell'uomo, ai suoi desideri e alla sua volontà.”
Così, un commensale come il gesuita Viktor
Katherin, come scrisse nel 1907
in un testo di morale cattolica, potrebbe sostenere che ”l'animale non è persona ossia non è creatura
ragionevole, sussistente per sé, ma semplice mezzo per il nostro fine”.
Il
commensale membro dell’ Associazione
Cattolici Vegetariani, replicherebbe le sue motivazioni per rifiutare un piatto di carne.
E sarebbe
interessante, a quel punto, approfondire ulteriormente se il comandamento "Non uccidere" debba essere esteso anche
agli animali, dibattito tutt’ora aperto.
Risponderebbe
il teologo Andrew Linzey che «gli anglicani, come la maggior parte dei cristiani, non sono ancora
realmente coscienti riguardo alla questione morale dello sfruttamento degli
animali».
Il belga Louis Antoine, che fondò il movimento religioso Antoinismo, sosterrebbe che il vegetarianismo è una dieta che serve ad
evitare cibi grassi.
Il
commensale, fedele al Catarismo, rifiuterebbe ogni cibo derivante da un
atto sessuale (carni di animali a sangue caldo, latte, uova), ad eccezione del pesce,
Ma cosa risponderebbe se gli si facesse notare che
anche per il pesce dovrebbe riconoscere la riproduzione sessuale?
Sarebbe poi utile approfondire
le ragioni per cui l’ospite, che segue il Rastafarianesimo,
consiglierebbe di evitare l’uva e gli alcolici nel suo menù.
Il
commensale ebraico parlerebbe di
Maometto che comandava di lavarsi la bocca a quelli che avevano mangiato la
carne, ricordando che Maometto diceva “Se proprio dovete uccidere, al posto di 40 polli uccidete una capra, al
posto di 40 capre uccidete 10 mucche, al posto di 40 mucche uccidete 10
cammelli” La direzione è certamente quella della utilità e del risparmio
di più vite possibile.
Me lo sono tenuto per
ultimo ma l’intervento di un commensale Bahá'í porrebbe probabilmente un ampio spazio di riflessioni alle due domande:
1)
Cosa sarà il cibo del futuro?
2)
Quale sarà il cibo del popolo unito?
Alla
prima domanda risponderebbe:
"Frutta
e cereali. Arriverà un tempo in cui la carne non sarà più consumata. La scienza
medica è solo alla sua infanzia eppure ha mostrato che la nostra dieta naturale
cresce dal terreno. La gente svilupperà progressivamente la condizione di tale
cibo naturale".
Alla
seconda risponderebbe:
Se
l'umanità progredisce, la carne sarà usata sempre di meno. I denti umani non
sono carnivori... I denti umani,i molari, sono formati per masticare il grano.
I denti frontali, incisivi, sono per la frutta, eccetera. Dunque, appare
evidente, in base agli strumenti per mangiare, il cibo dell'uomo è il grano e
non la carne. Quando l'umanità sarà interamente sviluppata, mangiare carne
cesserà gradualmente".
Le ragioni per le quali si dovrebbero eventualmente
escludere/includere cibi, aprono a
confronti sui fatti che sostengono
le verità.
Un luogo comune è il valore
salute. In conclusione sarebbe l’inizio
di in un dialogo che privilegi, in questo mondo interconnesso ed
interdipendente, la tolleranza, il rispetto reciproci e la cooperazione in
amicizia.
MARIA FRISELLA

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