Doveva intervenire la Corte Costituzionale per sbloccare il fermo del
rinnovo dei contratti ma con il riaprirsi dei negoziati ritorna il “fenomeno” della rappresentativà
sindacale.
Ebbene rieccoci alle previsioni della legge Brunetta: i comparti
contrattuali del pubblico impiego si riducono da 11 a 4. Dunque tavoli meno
affollati, ma meno affollati da chi e perché?
La rappresentatività di quanti lavorano, dunque una loro voce, è
sacrosanta. Qualcuno potrebbe riflettere su questo punto perché se uno Stato
funziona, i suoi lavoratori dovrebbero essere i primi ad essere tutelati dallo
stesso. Ma siccome non è così perché lo Stato è affidato a privati, la
necessità di tutela dei diritti sembra pre-tendere una presenza arbitrale.
Orientativamente i 4 comparti, le macroaree del pubblico impiego, dovrebbero essere: Sanità, Scuola, Regioni e Ministeri
e questo farebbe pensare che agenzie fiscali, università, aziende pubbliche ed
enti di ricerca rientrerebbero nelle rispettive zone di comparto perdendo la
loro precedente autonomia, ma anche un certo potere.
Tuttavia è innegabile che l’aggregazione in macroaree di settori ad oggi
separati comporta problematiche ben più ampie in quanto:
1. I settori sono diversamente compensati
2. Vivono di specificità
3. Non sono stati mai comparati
Possibile che si riaprano sotto sezioni? Ma allora cosa cambierebbe? Si può
misurare il lavoro?
Comunque il ministro Madia ha spinto l’Aran ad avviare le trattative per la
loro definizione.
Trattative o scontri?
La riduzione del numero dei sindacati è in corsa e certamente sconvolge l’area
dei poteri, ivi compreso quello di veto che ad oggi i sindacati esercitano
bloccando o condizionando le scelte.
Si intravede una diversa versione delle loro funzioni nell’esercizio del
confronto. Finalmente o peccato?
Le considerazioni sono molteplici e sarebbe il caso di non scomodare le
abitudini o le convenzioni attuali per urlare contro, quanto piuttosto di
ragionare sui significati.
Il modello contrattuale è in gioco e non solo nelle conseguenze sugli
stipendi o sulle organizzazioni nell’esercizio del lavoro, ma anche nelle
organizzazioni interne che ciascun sindacato si era dato basandole sull’equilibrio
dei propri poteri piramidali.
Ma è in gioco anche la “conta” dei rappresentati, numeri che danno
legittimità alla presenza sindacale per cui il ministro Madia ha chiesto all’Aran
di fare riferimento ai risultati delle recenti elezioni delle RSU nel pubblico
impiego.
Però intanto si guarda più lontano, nell’ottica del governo verso una
maggiore o migliore snellezza delle trattative ( si direbbe verso l'eliminazione di troppi interventi) , nell’ottica dei sindacati ad
una sorta di conservatorismo da una parte e tra i più lungimiranti ad una
rivisitazione del proprio prestigio. Difficile da farsi?
Il fatto nuovo è chiarire i significati di “prestigio” quelli che ti fanno
riconoscere la capacità di tutela dei diritti non perdendo di vista l’interesse
generale che richiama equilibrio, welfare, verifiche e valutazioni nel quadro delle competitività, quelle che conservano il lavoro in prospettiva.
La competitività di un paese non può avere feudi!
Maria Frisella

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