Se il suo valore sta nella sovranità del popolo e l’esercizio di tale sovranità si concretizza in una
modalità capace di restituire ai cittadini tale loro potere di governo, sia
pure indiretto, il principio non è in
discussione ma inevitabilmente lo è nei modi essendo questi l’unica garanzia di tutela del cittadino.
Dispiace
constatare che oggi il sistema si è talmente avviluppato su privilegi e tutele
di poteri e partitismi che la volontà ( sovranità?) del popolo si è persa.
Il popolo, io,
noi, tu, non eserciterebbe certo il potere deliberando norme che non
assicurano il proprio ben-essere sociale, civile, economico, se non altro
nelle sue forme essenziali che sono poi quelle definite dall’OMS.
Allora siamo
in discussione noi? No. Pura incoerenza insistere su presunte proprie colpe. Ma opportuno che si discuta su come riprendersi quella sovranità
che sta alla base della tanto declamata democrazia. Anche urgente!
Certo il
confronto non è sulla carta, ma nella
sostanza e negli effetti perché sulla carta non manca il riferimento ad una
coscienza e ad una società ideali assenti nella realtà. Basta analizzare il quadro degli eventi ma anche e solo la nostra strada, il suo
quartiere, l’economia territoriale e i comportamenti per trarne una sintesi prospettica che evidenzia i
malesseri o peggio, i drammi e le impotenze, le diseducazioni e le demotivazioni conseguenti, la stessa
incapacità di ri-formare ricostruendo e non rappezzando per altro con
imbastiture di scarsa qualità.
Occorre
intervenire per correggere deviazioni e difformità che rischiano di negare
effettivamente ogni dimensione di cittadinanza. Come? Bel dilemma!
Si sostiene
che il “voto” è una modalità di esercizio; io sto a chiedermi che significa
“votare”. Se il voto è un
affidamento di fiducia in direzione di un programma e dei suoi risultati
definiti e “pro-messi” in “campagna
elettorale”, che è poi la fase del marketing del prodotto da vendere
all’acquirente che deve credere nella sua utilità,
tale fiducia dovrebbe trovare riscontri di coerenza e di fedeltà. Insomma, i risultati!
E se non li
trova si dovrebbe poter cambiare. Invece?
Con alibi diversi si cambiano piuttosto le carte in tavola al
cittadino!
Già, il
cittadino, quell’incauto portatore di dovere di assunzione senza diritto al
contratto per cui avviene che il pubblico delega al privato (il candidato è espressione
di un partito che è ente di tipo privatistico) l’amministrazione
pubblica ma lo stesso privato detta regole e compensi, spese ed economie,
bilanci anche in debito e non ci sono garanzie contrattuali in tali affidamenti.
Non potrebbe
tollerarsi un contratto che preveda il potere del soggetto privato che delibera bilanci che
indebitano il pubblico senza motivi di funzionalità in direzione del bene comune. Il cittadino non ha certo votato di pagare mutui senza investimenti
per se stesso e per il futuro oltre che per il presente delle proprie economie.
Non voterebbe
mai il proprio impoverimento dovuto ad aumento incontrollabile dei vitalizi e
dei costi tutti della politica le cui tassazioni ormai superano ogni più tollerante
sopportazione a fronte di assenza di servizi! Non intendo riferirmi alla sopportazione
emotiva quanto piuttosto alla assenza di serenità sociale che è un diritto
della vita. Non è poco se peggiorano pure le condizioni della salute e
peggiorano le tutele della sanità a fronte di ampie garanzie che invece sono garantite per se stessi e per le famiglie allargate da
chi ha ricevuto delega in bianco per amministrare il bene pubblico. Si
potrebbero aggiungere tutti i tasselli del disagio sociale economico e
finanziario che sappiamo ma li viviamo
sulla nostra pelle e sulla pelle dei poveri come il report annuale della
Caritas o di altre agenzie ci dicono.
La chiamiamo
democrazia?

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