Difficile parlare di un "Emergenza Roma" senza sincronizzarci con le dinamiche, da una parte a livello governativo nazionale ed europeo e dall'altro con i conflitti (nostri) in corso e con l'evoluzione della situazione politica in Medio Oriente, Nordafrica e in Ucraina.
L’utopia dell’Unione Europea che vede tra le soluzioni meno
sanguinarie quella dell’esternalizzazione del controllo e della
repressione dei flussi migratori nei paesi di origine o di transito che rischia di lasciare sul campo molta più morte e
devastazione in territori già compromessi piuttosto che affrontare (come da sempre propone FREE-ITALIA) l’adeguamento e la trasformazione del diritto d’asilo,
con l’abolizione del regolamento di Dublino e con l’apertura di un
corridoio umanitario.
Possiamo essere certi che la cosiddetta “emergenza immigrazione” sia diventata questione pienamente europea,
se non mondiale, e che riguarda piani di investimento economico a
lungo termine, equilibri intergovernativi e costi, che finché
verranno interpretati alla stregua di “costi militari”, saranno da
considerare sprechi a danno di collettività che subiscono da anni le
conseguenze di una crisi economica che non accenna a rientrare.
E’
fondamentale utilizzare -sempre- le virgolette quando governi, partiti e media
gridano all’emergenza, ed è importante, smascherarli, ogni volta. E’ un
esercizio che può sfinire, ma è importante perseverare nella denuncia e
nella narrazione dei fatti reali.
L’"emergenza immigrazione a Roma”, datata
giungo 2015, di cui hanno parlato le principali testate nazionali, il
governo, il prefetto, il Comune, costituita di scarsi 7/800 migranti che
per motivi molteplici (tra cui l’efferato sgombero di Ponte Mammolo ad
opera del Comune di Roma) si sono concentrati nelle ultime settimane in
zona Tiburtina, è necessariamente funzionale ad altro. In termini
matematici fa sorridere infatti mettere a confronto 7/800 persone che
mettono (immaginariamente) a soqquadro, con la loro indigenza e
disperazione, una metropoli di 3 milioni di abitanti.
Cosa è avvenuto a Roma in queste settimane?
In pochi giorni la -non emergenza- è rientrata ma ha riservato anche delle sorprese.
I
migranti che affollavano la Tiburtina sono stati smistati tra Baobab e
una tendopoli allestita dalla Croce Rossa con il sostegno del Comune di
Roma. L’Assessorato alle Politiche Sociali ha portato a casa una
trattativa con Ferrovie dello Stato per l’acquisizione di FerrHotel di
Via Masaniello da destinare a 250 persone, mentre a Ponte Mammolo
resistono circa 40 persone in condizioni molto precarie, che attendono,
lo sgombero da un giorno all’altro.
Dunque i numeri rimangono
esigui. Ciò che invece è stata imponente è stata la solidarietà attiva
di centinaia di persone che hanno portato cibo e beni di prima
necessità, direttamente nei luoghi di presenza di migranti o nei punti
di raccolta per la maggior parte non istituzionali come rivendica il
Comune, ma messi in piedi dal tessuto associativo e autogestito delle
zone limitrofe.
L’intento non è quello di sottolineare questa
onda solidale per autocompiacersi ma perché è fondamentale in questo
momento anteporre l’arma della solidarietà e del mutualismo in una città
come Roma sempre più barbara, violenta e vittima di chi fomenta odio e
razzismo e alimenta guerre tra poveri, come arma politica di difesa e di
proposta.
urtroppo è su questo genere di menzogne che si fonda la retorica dell’emergenza e purtroppo tra gli obiettivi fondamentali vi è l’occultamento del fatto che le 7/800 persone sono profughi in fuga da guerre, povertà, discriminazione e alla ricerca di un futuro per se e i propri figli e che agiscono appellandosi a stralci di un diritto internazionale, sancito dalla Convenzione di Ginevra
che ogni giorno subisce attacchi e colpi bassi e che andrebbe, senza
dubbio, adeguato alla nuova situazione internazionale, ma non certo
debellato, semmai arricchito, rinvigorito nella sua inalienabilità,
divenuta una barzelletta.
Se c’è qualcosa di davvero indecente che emerge dai fatti e dalle negoziazioni europee di questi giorni è il fatto che lo stesso diritto ad un’esistenza dignitosa è divenuto negoziabile.
Ce lo dimostra la situazione che si è creata a Ventimiglia, le
dichiarazioni dell’Ungheria riguardo la costruzioni di muri lungo la
propria frontiera: precedenti molto pericolosi per la vita dei migranti
prima che per gli “interessi nazionali” che, però, dopo settimane di
bisticci, trovano tutti compatti e meno spettacolarmente stizziti, nella
difesa di uno strumento di morte quale il Regolamento di Dublino.
Ciò che va urgentemente messo in discussione in Europa è, infatti, il Regolamento di Dublino.
Ovvero quella norma che impone ai paesi di arrivo di identificare i
migranti (impronte digitali e foto segnalamento forzato) e costringerli a
richiedere asilo a prescindere, dai loro progetti, dai loro legami
familiari e sociali, dalle possibilità stesse di un paese di offrire un
sistema di accoglienza adeguato. Un sistema fondato sulla convinzione
irrazionale e priva di riscontro che in Europa si sarebbero
progressivamente omogeneizzati i sistemi di analisi delle domande e,
soprattutto, gli standard dell’accoglienza.
L’identificazione
coatta dei richiedenti asilo è ciò che avviene quotidianamente a
Pozzallo e Lampedusa ed è una delle questioni bollenti (gatte da pelare)
richiesta fortemente da Bruxelles all’Italia. La creazione di nuovi
hotspot italiani costituisce infatti, assieme alle quote, il cuore del
dibattito europeo degli ultimi giorni. Hotspot significa campi di
confinamento, campi profughi, luoghi d’emergenza il cui ruolo principale
è quello della distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo.
Una distinzione obsoleta (che risale alla Guerra Fredda) che nel
contesto attuale si rivela priva di senso e che mette a nudo la
sopraffazione continua dei diritti umani dei migranti, sancita dalla
negazione della protezione internazionale (che sia protezione
sussidiaria o status di rifugiato) e da un sistema di accoglienza
indecente.
Una distinzione che non tiene conto del fatto che la
fuga verso l’Europa è solo una delle fughe possibili, che i rifugiati
Europei sono una parte marginale dei rifugiati nel mondo, che sono molto
più numerosi nei paesi limitrofi alle zone di conflitto (si pensi al
Libano per i Siriani) e che non tiene conto del fatto che chi fugge dal
proprio paese, senza nulla in mano, forse a un certo punto per
sopravvivere dovrà pure lavorare!
I Paesi Europei di arrivo, in
particolare dopo la cosiddetta Emergenza Nord Africa (che è forse il
vero punto di inizio di questo delirio emergenziale
inarrestabile) sono Italia e Grecia ed è qui che comincia per molti
migranti (provenienti da Siria, Iraq, Eritrea, Etiopia, Africa
Subsahariana) la seconda fase del viaggio che sta ridisegnando vere e
proprie “nuove rotte” nel tentativo di sfuggire al Sistema Dublino.
Sistema che ha prodotto una nuova categoria di migranti, riconosciuta
solo ora dai circuiti mainstream, perché anch’essa estremamente utile
nei negoziati internazionali: quella dei transitanti.
I
transitanti sono semplicemente coloro che fuggendo da guerre e disastri
non vogliono rimanere nel paese d’arrivo e vogliono (e rischiano tutto
in questo senso) raggiungere paesi nei quali hanno parenti e amici (o
semplicemente dove vogliono vivere) che li aspettano. I transitanti sono coloro che resistono al tentativo feroce di spezzare ogni residuo legame sociale dei migranti che stanno arrivando negli ultimi anni per poterli trattare da numeri/quote/pacchi da spostare.
Ed ora sono divenuti merce di scambio, specie protetta o razza pericolosa, a seconda della convenienza politica.

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