Il Ministro Franceschini ha proposto di considerare i testi
di canzoni di alcuni cantautori italiani come “letteratura italiana” a tutti
gli effetti e di insegnarli nelle scuole. L’ha affermato con queste parole
ispirate: “C'è una generazione di cantautori che
ha formato e trasmesso valori a generazioni intere di italiani perché ha saputo
unire la bellezza della musica a testi straordinari, ognuno con uno stile
unico, e penso facciano ormai parte della letteratura italiana". Quindi
"anche togliendo la musica penso che sia il momento di inserire lo studio
dei testi dei grandi cantautori italiani nella storia della letteratura
italiana".
Il Ministro ha citato Dalla, De Andrè,
Guccini, De Gregori, Conte. Io avrei aggiunto anche Gaber, ma certo, è
un tantino politicamente scorretto.
Povero Franceschini, arriva sempre tardi come
Trenitalia … infatti un professore di scuola media, Antonello Taurino, a tempo perso comico, gli ha risposto con questa
lettera, un pochino aggressiva e sboccacciata … ma, per carità, non sottilizziamo:
le frasi incriminabili sono solo citazioni, è il linguaggio delle canzoni, mica quello del professore. L’insieme è certamente efficace. Leggiamola.
Franceschini, sei un povero pivello.
Io già lo faccio da anni, mentre spiego
grammatica alle Medie. Oggi ho fatto ascoltare "Alla fiera dell'Est" di Branduardi, per
spiegare il concetto di ipotassi e subordinazione nel periodo, nello specifico,
riguardo alla subordinata relativa. La canzone nel testo presenta infatti un
raro caso di subordinazione continua, a gradi crescenti di relative, senza
alcuna proposizione coordinata: "E venne il bastone... che picchiò il
cane... che morse il gatto... che si mangiò il topo...". Ecc.
Domani, per spiegare il concetto di
"nome collettivo", che è singolare anche se come immagine mentale
richiama un insieme di più cose, e quindi di quanto sia scorretto declinarlo al
plurale (e degli effetti comici ottenuti se non si rispetta questa regola),
farò ascoltare il capolavoro di Checco Zalone "Siamo una squadra fortissimi".
Oppure per le figure retoriche: Lucio Battisti per l'iperbole ("L'Universo trova
spazio dentro me"); Lucio Dalla per la sinestesia ("Poi si
schiarisce la voce/ e ricomincia il canto") e la prosopopea ("Milano
che quando piange/piange davvero); Marco Masini per l'ossimoro ("Bella
Stronza"); Celentano e Vianello per l'onomatopea ("l'amico treno
che/fischia così …Wau wau" e "Nel continente nero
paraponziponzipò"); Pino Daniele per il chiasmo ("Che male c'è/Che
c'è di male"); Rino Gaetano per l'antitesi ("Mio fratello è
figlio unico") e l'anacoluto ("Io che ho bisogno di raccontare la
necessità di vivere rimane in me"); Endrigo per la metonimia ("Il primo
bicchiere di vino, che ho bevuto in vita mia, l'ho bevuto Maria"); Francesco Guccini per
l'epifora ("..ai bordi delle strade Dio è morto/ nelle auto prese a rate
Dio è morto.." ecc.); Enzo Jannacci per la
consonanza ("Ci vuole orecchio, bisogna avere il pacco, immerso, intinto
dentro al secchio"); Francesco De Gregori per il parallelismo ("Alice
guarda i gatti/ e i gatti guardano nel sole") e la constructio ad sensum
("E a farci fare l'amore/l'amore dalle infermiere"); Edoardo Bennato per l'antonomasia ("Lui è il
Gatto/, e io la Volpe"); Gino Paoli per la similitudine ("Che
restiamo qui, abbandonati come se non ci fosse più niente, più niente al
mondo"); Franco Battiato per il climax ("Non sopporto i
cori russi, la musica finto rock, la new wawe italiana, il free jazz punk
inglese, neanche la nera africana"); Claudio Baglioni per l'analogia ("Passerotto non
andare via") e la reticenza ("Tanto stretta al punto che, m'immaginavo
tutto"); Antonello Venditti per la tautologia ("Noi, noi
stiamo bene tra noi"), la metafora ("Quando l'arancia russeggia
ancora su li sette colli") e il verso ipermetro (il lunghissimo, celebre e
incantabile - non nel senso che
"incanta", ma proprio che nun se po' canta'- : "Ma come fanno le
segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati"); Buscaglione per la sineddoche ("Voglio
scoprir l'America, New York e il Dixieland"); Vasco per l'anafora ("Ogni volta che
viene giorno, ogni volta che ritorno, ogni volta che cammino..."); Gianni Morandi per la litote ("Non era bello, ma
accanto a sè"); Elio e le Storie Tese per l'antanaclasi ("Soffrivo le
pene per colpa del pene"); De Andrè per l'allusione ("La chiamavano
Bocca di Rosa/metteva l'amore sopra ogni cosa"), Gigi D'Alessio per la finta modestia ("Non
dirgli mai che siamo stati a letto per un giorno intero"); il primo Jovanotti per la licenza (non poetica, ma forse
manco elementare, 'nsomma, scrittura a cazzo di cane: "Facciamo i scemi e
qualche volta pensiamo/ Non c'è problema no, è tutto ok. Numero Uno, faccio
quello che farei").
Per non parlare (anche se citerò esempi di
comici e non di cantautori) dei testi di Maurizio Milani, interessanti
perché in essi vi è un particolarissimo uso del complemento di limitazione (“I
crani dei miei genitori sono stati ridotti di dieci misure, infilati in ampolle
di vetro e poi mi sono stati riconsegnati. Come fermaporte, li conservo
tutt’ora."); o della subordinata consecutiva, che è la veste sintattica
della struttura più diffusa e comune tra le battute dei comici: "È
talmente... che... " (in latino: Tam/Ut), per cui, più che spiegarla, fai
prima a metter su in classe un video di Gabriele Cirilli.
Franceschini, sei un pivello
ridicolo. E io invece sono uno strafigo.
Antonello Taurino.
Vi è piaciuta la lezione di
italiano del professor Taurino?
Bene, domani vi interrogo.
Buonanotte!
(giacomina cassina)


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