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| Elisa Bonaparte Baciocchi |
A quei tempi, il potere si miscelava così, perché la sua sacralità era definita da incoronazioni papali o da guerre vittoriose, ma il suo agire concreto aveva bisogno di strategie e di intrighi che il sovrano, spesso occupato a guidare gli eserciti, non era in grado di seguire direttamente. Erano tempi di viaggi e conquiste, di ricerca e di arte, di matrimoni combinati che univano imperi, di cortigiane che assicuravano il servizio di intelligence. Erano soprattutto tempi di guerra
Napoleone aveva creato, nel 1805, cinque “Grandi Dignità” (che
poi divennero sette con la creazione di due vice-Grandi Dignitari) e aveva quindi
formato con loro una specie di governo dove, però, i Grandi Dignitari non
godevano di vera autonomia. Tant’è che, a parte Gioacchino Murat, Grande
Ammiraglio, che divenne famoso, appunto, in guerra, è difficile che perfino un
professore di storia ricordi il nome di queste persone che fecero la fortuna e
il potere dell’impero napoleonico. Curiosità: uno dei due Vice-Grandi Dignitari
era una donna: Elisa Bonaparte Baciocchi (Granduchessa e Governatrice Generale
del Dipartimento Cisalpino) che di Napoleone era sorella. Nonostante la
parentela, la Grande Vice-Dignitaria Elisa fu ricordata per il sostegno dato
alle arti, l’impulso alla modernizzazione dell’agricoltura e l’impegno per
sviluppare il commercio tra i diversi paesi. In altre parole, i dignitari
perseguivano, per conto dell'imperatore, il benessere anche dei sudditi dell’impero.
Poi, quell'Europa che non c’era (e che non c’è nemmeno
adesso …) si complicò moltissimo. Complici l’avvento delle democrazie moderne e
la rivoluzione industriale, governare un paese divenne operazione sempre più complessa
e articolata. I dignitari diventarono Ministri a tutti gli effetti, col
presupposto costituzionale che il collegio ministeriale fosse un governo collegiale,
coerente e solidale al servizio del paese. Ma i Ministri erano molto occupati a
rappresentare il potere statale nei diversi settori e quello che i francesi
chiamano “sale boulot” (lavoro
sporco, lavoro di routine) si trasferì ai piani inferiori, creando una rete di
funzionari che avevano il compito principale di preparare e rendere eseguibili
le funzioni del governo in quanto potere esecutivo. Fu l’inizio della fine della
politica come potere sulla macchina dello stato. La guerra non fu più la
priorità delle priorità, se non in alcuni periodi, relativamente corti. Le
priorità erano diventate molte: lo sviluppo delle attività produttive, la
crescita del paese, l’infrastrutturazione civile (acqua, luce, trasporti,
comunicazioni), l’assestamento delle leggi, i rapporti tra i diversi organi
dello Stato, la sicurezza dei cittadini e, sì, anche lo sviluppo del benessere
della popolazione e la sua equa redistribuzione.
Mentre la fortuna dei dignitari napoleonici finì col crollo
dell’impero, nelle democrazie europee moderne (a parte lo spoil system americano, per cui ogni politico ha i suoi funzionari e
questi se ne vanno a fare altro quando
il mandato politico finisce) la domanda di competenza che veniva rivolta ai funzionari
nel nuovo contesto fu sempre più dettata dalla necessità di dare continuità
alla macchina dello Stato. Incastonati nella struttura statale e rafforzati
anche dalla loro sindacalizzazione che ne fece una potente corporazione, i
funzionari (per etimologia legati alla funzione di servizio alla politica e al
paese) si trasformarono in burocrati, ossia in soggetti con un potere a parte, indotto
dal loro “essere lì”, nel bureau,
nell'ufficio.
Intendiamoci, questa trasformazione non mutò l’atteggiamento
soggettivo e l’impegno di molti di loro che continuarono (e continuano) a
considerare la loro funzione come servizio allo Stato e ai cittadini e con
questo fondamentale criterio lavorano ancora oggi, contro ogni logica di opportunità. Ma
sono pochi e non fanno carriera ... però, quando ne incontri uno, ti sembra davvero
di rappacificarti col mondo.
Purtroppo, le dimensioni di una struttura spesso ne
pregiudicano il funzionamento se i soggetti che vi operano e le risorse che
vengono mosse non seguono strategie coerenti. Quando la politica si sottomise
progressivamente agli affari, travolta dallo sviluppo dell’economia reale e poi
dallo strapotere dell’economia finanziaria, il fenomeno delle lobbies investì ogni ingranaggio del
funzionamento sia della politica stessa, sia del servizio pubblico. La
burocrazia, ad ogni livello di potere, si trovò di fronte una nuova
opportunità: non solo deteneva il potere dato dalla continuità di esperienza e
conoscenza, ma anche la possibilità di gestire pezzi rilevanti di potere nella distribuzione delle risorse pubbliche. Se, a questa opportunità, aggiungiamo lo svuotamento di
autorità e di autorevolezza del potere politico, la sua labilità e la sua difficoltà ad
adattarsi alla complessità e alla velocità dei cambiamenti, vediamo chiaramente
che la burocrazia ha, oggi, il campo libero sia per promuovere – non sempre con
mezzi leciti e lo constatiamo in questi giorni – il rinnovamento e la
crescita, sia per frenare ogni necessario cambiamento.
So che questa carrellata pseudo-storica può sembrare
giustificatoria, quasi che l’evoluzione del contesto economico e politico abbia
determinato una situazione in cui il burocrate si è trovato per caso in mano
una bomba con un potenziale corruttivo che non può far a meno di utilizzare. Ma
è esattamente il contrario. L’attenzione deve essere focalizzata sul contesto proprio per poterlo controllare, per denunciare le derive e i delitti, per recuperare la
bussola della funzione di servizio. Poi
possiamo recriminare e denunciare. Poi possiamo riformare. Poi possiamo anche
buttare a mare ministri. Ma non crediamo che fare adesso modifiche residuali ad
uno statuto della funzione pubblica senza tener conto di tutti i fattori di
debolezza della politica e di confusione e depressione sociale in cui viviamo,
sia cosa utile. Finiremmo, come dicono i veneti, per mettere sul buco, una
pezza che è peggio del buco stesso.
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| Il Palazzo del Berlaymont, sede della Commissione UE |
Quando Prodi diventò presidente della Commissione (1999), la
precedente Commissione guidata dal lussemburghese Santer era stata, di fatto,
mandata a casa per alcune irregolarità amministrative, dopo un’inchiesta interna alle Istituzioni. Prodì riformò drasticamente
lo statuto dei funzionari di Palazzo Berlaymont, in particolare introducendo una
sequela di procedure da rispettare e una rotazione folle tra i dirigenti delle
varie DG (direzioni generali, il corrispettivo dei nostri ministeri), per cui
ogni persona che occupasse un’alta carica non poteva restare nella medesima DG
per più di quattro anni. Da allora, i funzionari UE di alto livello, nel primo
anno si adattano al nuovo contesto, nel secondo e nel terzo lavorano, nel
quarto si preparano alla migrazione interna … risultato: demotivati e deprofessionalizzati,
questi dirigenti assumono sempre minori responsabilità e rischi, riducono lo sforzo di proposta e si accucciano nel ruolo di esecutori. Perché al Berlaymont, ormai,
sei bravo più se rispetti rigorosamente le procedure che non se hai idee e capacità di assumere responsabilità. No, non è il caso di mettere pezze. Meglio riflettere sull'insieme
del vestito che, in questo caso, fa davvero il monaco.
(giacomina cassina)



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