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| Classi di 100/150 allievi e anche più |
Qualche settimana fa abbiamo parlato dei “numeretti”, ossia di quelle centinaia
di milioni di persone che entrano nelle statistiche degli organismi
internazionali per occupare sempre gli ultimi posti quando si parla di reddito,
di speranza di vita, di sanità, di istruzione … Pensare a come si realizza la
loro formazione scolastica, in questi giorni in cui si parla della riforma
della nostra scuola, non è per niente fuori luogo.
Quando andai a Bobo-Dioulasso in
Burkina Faso, infatti, lo scopo principale del viaggio era di assistere alla
cerimonia per festeggiare la fine dell’anno scolastico di Suleymane, un
ragazzino speciale che la mia amica ha preso tanto a cuore da considerarlo come
e più di un figlio. All'arrivo, ci dissero che la cerimonia era stata annullata
per due motivi molto seri: il primo, che proprio quel giorno era iniziato il Ramadan,
mese in cui non si fanno feste, ma ci si ritrova
la sera tra amici per pregare, riflettere e rompere il digiuno insieme. Il secondo, davvero
sconvolgente per noi occidentali sindacalizzati e arrabbiati, era che i maestri avevano
deciso autonomamente di continuare a tenere aperta la scuola, anche ad anno
scolastico terminato, per dare ai ragazzini una possibilità in più di
occuparsi, di trovarsi in un luogo sicuro dove giocare e, se capitava, anche
per riempire qualche lacuna di apprendimento trascinatasi nel corso dell’anno
scolastico.
I maestri burkinabé
delle scuole pubbliche sono una specie a parte di santi. Due amici professori
ci spiegarono che gli insegnanti erano perfettamente coscienti che la grande
maggioranza dei ragazzi non avevano un retroterra familiare che li potesse
aiutare e tanto meno stimolare. Di conseguenza, a volte decidevano azioni del
genere perché tutti, anche i più disagiati, potessero stare al passo. E tutto
questo senza chiedere nemmeno un soldo in più, ma solo per puro spirito di
servizio. E aggiunsero un altro dato da far rabbrividire: il numero di scolari
per classe (e per docente) è sempre superiore ai 100 (cento) alunni e può
sfiorare i 200 (duecento, capito bene?), i materiali sono forniti ben sotto il
livello minimo necessario; giusto per fare un esempio, sarebbe normale che ogni
classe avesse una scatola di gessetti al mese … no, tutta la scuola che il nostro
amichetto Suleymane frequenta ottiene 9 scatole per l’intero anno e gli allievi
sono più di 900. E non è finita: non ci sono libri, perché costerebbero troppo ma
solo un sussidiario che viene lasciato in classe perché i piccoli non lo
perdano o non lo rovinino. Anche le fotocopie sono un onere che le scuole non
possono sostenere, così ogni insegnante scrive, di proprio pugno, sul quaderno
di ogni allievo (pensate al docente che ha una classe di 150 allievi...), lo
schema degli esercizi. Ho avuto tra le mani uno di questi quaderni con la
scrittura pulita, elegante, fatta con la penna rossa dalla maestra e i puntini (sempre
in rosso) per segnare gli spazi dove l’allievo deve scrivere la risposta … mi
viene ancora adesso un groppo alla gola quando ci penso.
| Tornare da scuola è una festa proprio come andarci |
Certo, le classi sovraffollate e la necessità, per molte famiglie, di essere
aiutate anche dai piccoli e piccolissimi nelle attività di sussistenza,
determinano una frequenza oscillante al limite del dropout. Molti genitori riescono a fatica a pagare l’iscrizione a
scuola (che corrisponde per le scuole superiori, ad un salario medio mensile) e
magari non ce la fanno più a pagare la tassa per gli esami, così si resta senza
passaggio formale da un ordine di scuole all'altro… La scuola è sì, pubblica,
ma si paga un “ticket” costoso.
Questa
situazione è trascritta in alcune scarne statistiche internazionali. L’HDR, l'Human Development Report, che classifica i paesi nel mondo in rapporto al loro
livello di sviluppo umano, nella sua edizione del 2014 distingue tra gli anni
di istruzione obbligatoria effettivamente seguiti e quelli previsti e il
risultato è questo: per le ragazze, dei 7 anni di scuola previsti, ne vengono frequentati
meno di 2 mentre per i ragazzi la situazione è ancora peggiore perché, se gli anni
previsti sono 8, gli effettivi sono poco più di uno. E forse vale la pena di
aggiungere un altro dato dell’HDR: tra i minori, la percentuale di chi è
denutrito è quasi il 33%. Moltissimi bambini, trai quelli che abbiamo
conosciuto e frequentato, vivono in condizioni sanitarie disastrose e sono
frequentemente vittime di malattie endemiche come la malaria. Andare a scuola è,
per loro, un lusso ma anche una libertà e un'opportunità di cui si sentono corresponsabili.
Quando
vai lì, sul posto, e vedi che tutto è fragile, incerto, approssimativo,
faticoso, ma vedi anche che sia i ragazzi, sia le loro famiglie, vogliono davvero
avere un po’ di istruzione, come prima reazione vorresti solo organizzare
eserciti di insegnanti e di finanziatori per garantire, a tutti i minori del
Burkina almeno la scuola dell'obbligo che tanto desiderano.
Certo,
avrei qualche perplessità a proporre alla cieca ad insegnanti italiani
altamente sindacalizzati e magari anche politicizzati, di andare in Burkina
Faso … avrei paura di trasmettere dei virus che laggiù non esistono: la
demotivazione e la mancanza di spirito di servizio. Perché, se leggo le notizie
che riguardano l’iter de “la buona scuola”, sembrerebbe che basti assumere 140
mila precari e passare (o non passare) dai voti numerici ai giudizi alfabetici per
risolvere ogni problema e, quindi, che con qualche milione di € in più,
strappato da sindacati agguerriti e arcigni per interventi a favore di salari e
strutture, ci si possa proiettare in un’Italia del sapere e del saper fare che
ce la sognavamo dai tempi della creazione dell’Università di Bologna…
Sono
stata insegnante di scuola media e media superiore per alcuni anni e ho potuto avere
diverse esperienze successive nella formazione di giovani
sindacalisti. Temo di sapere di che cosa parlo. Purtroppo. E registro una
pressoché totale assenza di attenzione ai contenuti e ai metodi. Quello che più
mi sconvolge, infatti, è che ogni governo metta in cantiere una nuova e
decisiva “riforma della scuola” senza arrivare mai ad applicarla in modo che se
ne possano verificare gli effetti. In Asia e soprattutto in Cina e
India, da diversi anni sono state introdotte riforme radicali in tutti i cicli
scolastici con un obiettivo preciso: preparare i giovani ad affrontare le sfide
future. Ciò ha implicato un forte impegno verso la matematica e le materie
scientifiche e uno sforzo teorico, metodologico e pratico nell’uso delle
nuove tecnologie. Oggi, i ragazzi cinesi con diploma superiore a Shanghai o quelli indiani
a Bangalore ( Rampini ) entrano
e seguono con profitto qualsiasi corso universitario negli Stati Uniti o in Germania
o in Gran Bretagna. Di queste sfide non sentiamo parlare. Ci accucciamo nella
vergogna di essere sempre mal collocati nelle classifiche PISA/INVALSI (OCSE - vedi soprattutto pag. 24) e lì restiamo.
Dire,
come ha fatto a suo tempo la Gelmini, che in Italia esiste una vera e propria “emergenza
didattica in matematica” è sacrosanto, ma non è sufficiente se poi lasciamo la
scuola, senza alcuna chiara strategia per lo sviluppo culturale dei giovani (e
del paese), in mano a molti – forse troppi – insegnanti incapaci di motivare gli
studenti e di trasmettere loro, più che nozioni, un metodo di apprendimento e
di studio. E non saranno certo un centinaio di € in più al mese a motivare gli
insegnanti, legati a doppio filo a “Programmi Ministeriali” farraginosi e
stantii, per trovare forze ed energie per sperimentare ed innovare tanto i metodi
di trasmissione del sapere, quanto quelli che stimolano l’auto-apprendimento e
la voglia di scoprire “a che serve” questo “sapere”.
Se
ci accontentiamo di fare del maquillage, la nostra scuola continuerà a navigare
in una palude di demotivazione, come un barcone di disperati verso una terra
promessa in cui non si crede più. E Dio assista il legislatore della prossima “riforma”
impedendogli di perdere per strada due concetti fondamentali, accennati nel
documento “La Buona Scuola” che il governo ha sottoposto alla consultazione
on-line, e che chiamano in causa la responsabilità diretta degli insegnanti.
Il
primo passaggio afferma “Il Consiglio dell’Istituzione scolastica diventerà il
titolare dell’indirizzo strategico dell’Istituzione; il Collegio docenti avrà l’esclusiva
della programmazione didattica…” E il secondo specifica: “Infine, per capire in
profondità che cosa 'si impara a scuola' è invece necessario consultare le
indicazioni nazionali che sono state recentemente aggiornate e definiscono gli
obiettivi didattici per ogni disciplina in termini di competenze da acquisire,
e volute per superare quelli che erano i 'Programmi Ministeriali': il punto non
è più descrivere meticolosamente quali contenuti devono apprendere i nostri
ragazzi, ma definire obiettivi di apprendimento e traguardi didattici moderni.”
Se solo partissimo da questi concetti per costruire il resto del castello della riforma,
beh, forse potrebbe essere anche “la svolta buona” per la nostra scuola.
(giacomina cassina)


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