“La Città del Sole” è un libro strano e stimolante.
Dicono sia di filosofia. In effetti possiamo anche considerarlo un trattato di
politica o di organizzazione dello stato o di morale o di pedagogia o perfino
di demografia e di arti belliche. Scritto nel 1602, in italiano arcaico
(fiorentino) dal monaco domenicano Tommaso Campanella, nato a Stilo (Calabria)
nel 1568, solo successivamente fu tradotto in latino (edizione di Francoforte,
1623). Bisogna tenere presente che siamo a pochi decenni dalla Riforma
protestante che aveva stimolato alcuni settori e pensatori cattolici a
cercare vie di rinnovamento teologico e morale.
Tommaso Campanella persegue una riforma religiosa
che riavvicini l’uomo alla terra (alla Natura) e respinga quei dogmi e quel “soprannaturale”
che avevano contribuito a nascondere la deviazione mondana della Chiesa di Roma,
contro cui si era scagliato Lutero. Cristo resta una figura centrale e quasi
magica, per il Campanella, ma gli abitanti della sua “Città” onorano anche
Osiride, Zeus, Mosé e Maometto. Prima di scrivere “La Città del Sole”, il
Campanella aveva già subito 4 processi per eresia in diverse città d’Italia.
Dal quinto processo in cui fu accusato di sedizione per aver partecipato ad una
congiura ( appoggiata anche dalla marina turca) volta a costruire il regno
ideale proprio in Calabria) sarebbe uscito con la condanna a morte. Allora si
finse pazzo e fu condannato “solo” al carcere perpetuo.
Ne “La Città del Sole”, scritta in prigione, il
Campanella, ormai considerato pazzo, può concentrarsi sulle sue teorie con una
certa libertà. La sua “Città” immaginaria è costruita a cerchi concentrici dalle
falde fino al cucuzzolo della collina, la vita e la procreazione sono
programmate scientificamente, ma l’istruzione è un’attività centrale.
Così la descrive il Campanella: “E s’allevano
tutti in tutte l’arti. Dopo li tre anni, li fanciulli imparano la lingua e
l’alfabeto nelle mura, caminando in quattro schiere; e quattro vecchi li
guidano ed insegnano, e poi li fanno giocare e correre per rinforzarli, e sempre
scalzi e scapigliati, fin alli sette anni, e li conducono nelle officine dell’arti cositori (sarti), pittori,
orefici, ecc.; e mirano l’inclinazione.
Dopo li sette anni vanno alle lezioni di scienze naturali, tutti; ché sono
quattro lettori della medesima lezione, e in quattro ore tutte quattro squadre si
spediscono (finiscono il loro compito)
perché mentre gli altri si esercitano il corpo, o fanno li pubblici
servizi, gli altri stanno alla lezione. Poi tutti si mettono alle matematiche, medicine e altre scienze e ci è
continua disputa tra di loro e concorrenza; e quelli diventano poi
offiziali (professionisti) di quella scienza , dove miglior profitto fanno, o
di quell’arte meccanica, perché ognuna ha il suo capo. Ed in campagna, nei lavori e nella pastura delle bestie pur vanno a
imparare; e quello è tenuto di più gran
nobiltà, che più arti impara. Onde si ridono di noi che gli artefici
appelliamo ignobili e diciamo nobili quelli, che null’arte imparano e stanno
oziosi e tengono in ozio e lascivia tanti servitori con roina (rovina) della
repubblica.“
Io ragionerei sui passaggi in grassetto, pensando
intensamente ad una vera riforma della nostra scuola.


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