Numeri «come mele e pere, da non mettere assieme»: nel primo caso riguardano i contratti avviati da luglio a settembre; nel secondo il saldo delle persone che risultano occupate nel mese di ottobre. Dati che difatti hanno un segno praticamente opposto.
Lecito dunque pensare che il ministero del Lavoro abbia voluto dare una buona notizia — «oltre 400mila nuovi contratti a tempo indeterminato in tre mesi con un aumento del 7,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente» — anticipando i dati negativi dell’Istat. Il tasso di disoccupazione tocca un nuovo massimo storico: 13,2 per cento, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,0 punti nei dodici mesi. Così come cala il tasso di occupazione — al 55,6 per cento, meno 0,1 punti rispetto al mese precendente. La disoccupazione giovanile — Under 25 — è pari al 43,3 per cento, in aumento di 0,6 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,9 punti nel confronto tendenziale.
Se «mele e pere non sono paragonabili», il frutteto è sempre lo stesso: il mondo del lavoro in Italia, che non se la passa di certo bene. La verità sta nel mezzo. I dati dell’Istat sono obiettivamente molto negativi, ma ne contengono uno positivo: la diminuzione degli inattivi — coloro che un lavoro non lo cercavano neanche — dello 0,2 per cento rispetto al mese precedente (-32mila unità) e del 2,5 per cento rispetto a dodici mesi prima (-365 mila). «Un dato che è sintomo di una maggiore mobilità del mercato del lavoro, sebbene in un quadro altamente altalenante», fanno sapere dall’istituto. Per il resto i dati del terzo trimestre dell’Istat sono «non destagionalizzati» e quindi poco attendibili.
D’altra parte, nello stesso comunicato del ministero del Lavoro ci sono dati tutt’altro che positivi. Le cessazioni dei rapporti di lavoro da luglio a settembre sono state 2milioni 415mila, con una aumento dello 0,9 per cento rispetto all’anno precedente. Tra le cause di cessazione che spiegano anche l’aumento dei nuovi contratti — va sottolineato il deciso aumento di pensionamenti: addirittura il 55 in più rispetto al 2013.
Ma il segno «più» basta al governo per lasciarsi andare alla propaganda, affermando che «questi dati, in continuità con quelli relativi al secondo trimestre, confermano che il cosiddetto decreto Poletti ha prodotto l’esito che era auspicabile, cioè un incremento dei contratti a tempo indeterminato e dei contratti di apprendistato».
Da Catania invece Renzi continuava con la disinformazione: «Il tasso di disoccupazione ci preoccupa ma guardando i numeri il dato di occupati sta crescendo. Da quando ci siamo noi ci sono 100mila posti di lavoro in più», nascondendo invece che da quando è in carica il suo governo (marzo) i posti sono in calo di 31mila unità.
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