Nel 1952, gli Stati
Uniti e alcuni paesi europei che avevano intuito i nuovi scenari aperti dalla
fine della seconda guerra mondiale, integrarono a pieno titolo la Turchia nella
NATO (costituita appena 3 anni prima) con l'intenzione di farne ponte con il Medio Oriente a sud e un baluardo contro l'URSS, a nord. Non si posero il problema se l’esercito di Ankara fosse “democratico” (come invece fa oggi,
noiosamente e pretestuosamente, l’UE), ma se fosse efficiente. La risposta non
poteva che essere positiva. Da allora la Turchia partecipa alle iniziative NATO, intervenendo in azioni congiunte di peace-keeping.
Strumento essenziale
della continuità e dello sviluppo del paese, con il compito costituzionale di
garantire la fedeltà al progetto di Atatürk (repubblicanesimo, modernità,
laicità, unità del paese, difesa della Nazione dai nemici esterni e interni) l’armata
turca è oggi la più grande forza permanente della NATO, dopo quella
statunitense. Dispone di 520 mila effettivi in servizio permanente, di 378 mila riservisti
e di circa 153 mila arruolati con funzioni paramilitari (Gendarmeria e Guardia
costiera). La coscrizione è obbligatoria e la leva dura 6 mesi per i laureati e 18 mesi per chi non ha
un diploma secondario. Nel complesso, stiamo parlando di un milione di persone
su una popolazione di 80 milioni di cittadini. Se l’Italia si adeguasse a
queste proporzioni, dovrebbe raddoppiare i suoi effettivi che
ammontano a 336 mila uomini, includendo anche Guardia di Finanza (in Turchia: Guardia
Costiera) e Carabinieri (equiparabili alla Gendarmeria di Ankara). Alla force de frappe numerica turca va aggiunto un equipaggiamento
molto moderno e tecnologicamente avanzato, in continuo rinnovamento e la
partecipazione al Programma Lockheed
Martin F-35 Lightning II (per intenderci, quello che fa tanto discutere i
pacifisti nostrani).
Adesso che abbiamo dato
i numeri, torniamo al ruolo dell’esercito turco dentro il suo paese. Non dimentichiamo
che Mustafa Kemal Atatürk era stato un militare e aveva fondato un esercito col
preciso scopo di farne un pilastro essenziale, forse il più forte, dello stato
kemalista.
Quello che tutti sanno,
dell’esercito turco, è che ha fatto tre colpi di stato in soli 20 anni. Vero. Colpi
di stato leggermente anomali, però, perché fatti non tanto (o non solo) per
rovesciare i governi e insediare altre
formazioni politiche, ma per “pacificare” il paese e "rispondere alle esigenze della Nazione".
Il primo fu nel 1960
quando, sotto il governo di Menderes (che aveva creato un partito in opposizione
a quello fondato da Atatürk e vinto le elezioni nel 1950) la Turchia si era
trovata ad affrontare una grave ondata di inflazione (problema che diventerà endemico
nel paese e condizionerà molto la politica e i rapporti tra potere e cittadini)
e la popolazione aveva dato segni di ribellione. Menderes fu processato e
condannato a morte. Poco più di un anno dopo, i militari ritornarono nelle
caserme, si fecero elezioni e si ritornò alla normale vita civile.
Lo scossone successivo
fu nel 1971 ed è noto come il colpo di stato del “Memorandum” perché si
concretizzò nella presentazione, appunto, di un
Memorandum al Presidente della Repubblica in cui si accusava il governo
di non voler procedere alle riforme economiche e sociali promesse. Il Premier Süleyman
Demirel (che sarà poi Presidente turco dal 1993 al 2000) si dimise e tutto
rientrò con pochi danni.
Il colpo di stato del
1980 fu qualcosa di molto più pesante. Un’altra volta la situazione economica
era scappata di mano al governo in carica e, all’esasperazione popolare, si era
aggiunto lo sviluppo, nel decennio precedente, di nuove formazioni politiche nate
per scissioni di leader radicali dai partiti tradizionali. Gli scontri, anche
armati, tra estremisti di destra e di sinistra si sovrapposero alle
manifestazioni sindacali. Negli ultimi mesi prima del settembre 1980, ogni
giorno si contavano decine di morti per le strade. E alla fine i militari fecero
di ogni erba un fascio e imprigionarono gli uni e gli altri. Il ripristino della democrazia durò più di due anni, i militari proposero una riforma della
Costituzione con un carattere kemalista e laico ancora più accentuato, la fecero votare con un
referendum e questa è la Costituzione attuale della Turchia.
Ricapitolando: un primo
golpe fu motivato per sostituire un governo che stava contribuendo ad impoverire
la popolazione, un secondo perché mancava una risposta al bisogno di riforme
del paese e il terzo per impedire una guerra civile senza quartiere che avrebbe
potuto decimare la popolazione turca. Nell’ottica dell’esercito kemalista, in
tutti e tre i casi, l’intervento militare è stato per salvare la Nazione. Il
rientro nelle caserme, sempre deciso autonomamente dall’esercito, depone positivamente
almeno in favore dell’assenza di secondi fini nell’azione golpista. E anche
questo è riconducibile alla fedeltà dei militari al kemalismo.
Ci furono morti? Sì ma,
anche se appare cinico, va detto che il loro numero non è nemmeno paragonabile
a quanto successe nei colpi di stato in America Latina o in Asia. Ci fu la
sospensione dei diritti civili? Sì, ma fu una sospensione relativamente breve e
non sempre fu applicata a tutti i diritti. Ci furono imprigionati? Sì, col golpe
del 1980 furono molti.
E qui permettetemi un
ricordo personale di contatto diretto coi militari golpisti: per ragioni
professionali, avevo seguito gli scontri che avevano preceduto il golpe ed ero
in contatto coi sindacati turchi. Quando l’intera dirigenza della DISK
(sindacato di sinistra) fu imprigionata, come sindacati italiani ci attivammo
per sostenere i colleghi. Pubblicammo un manifesto bellissimo (qui a fianco) ma non riuscimmo
a mobilitare i lavoratori che non conoscevano nulla della Turchia (né erano
molto disponibili ad ascoltarci …). Allora provammo coi sindacati europei e
internazionali e montammo una missione in Turchia, qualche mese dopo il golpe.
Lo stato di guerra era ancora in vigore. Non era una spedizione di tutto
respiro perché, tra le accuse mosse alla DISK, c’era quella di “esser
finanziata da sindacati esteri” per aver organizzato un seminario con la
Confederazione Europea dei Sindacati. Eppure ci fu permesso di incontrare, in
un carcere militare, i nostri amici della DISK: tutti insieme (loro una
quindicina, noi 5 persone), alla presenza di due militari che conoscevano l’inglese
e con la proibizione di parlare “di politica”. Fu una conversazione
difficilissima perché i nostri amici erano consumati dalle restrizioni e da un
ambiente carcerario piccolo e poco sano. Dopo la prima mezz’oretta in cui ci
informarono su come vivevano e che cosa potevano fare, purtroppo cominciarono
ad accusarsi reciprocamente di piccole infamie e a litigare come bambini … cercammo
di calmare le acque, assicurando che avremmo fatto tutto il possibile per
tenere alta la solidarietà in Europa, ma uscimmo amareggiati e convinti che le
condizioni carcerarie stavano facendo perdere la ragione ai nostri amici. Ci
fermammo a parlare sulla porta della prigione. Il capo delegazione, il
bravissimo belga John Vander Veken propose di rientrare e di chiedere di
togliere alcune restrizioni ai nostri compagni. Uno scemo di sindacalista olandese
disse che lui, coi militari, non negoziava. Tutti gli altri furono d’accordo col
capo-delegazione e rientrammo con la migliore faccia di bronzo chiedendo di
incontrare il Direttore della prigione. Aspettammo mezz’ora, ma il Gran Capo ci
ricevette. John chiese che fosse diminuito il numero di prigionieri per cella e
che fosse data loro la possibilità di leggere (dal momento dell’arresto, non
avevano più visto una riga scritta …). Il Direttore rispose “Ho preso atto
delle vostre richieste.” Ci accompagnò alla porta e lì chiese ancora “Perché
siete ritornati e avete voluto vedere me?” Vader Veken, flemmatico e sorridente
gli rispose “Noi siamo sindacalisti e siamo abituati a chiedere cose
ragionevoli alla giusta controparte. A chi avremmo potuto chiederlo se non a
Lei?” Di fatto lo blandì usando insieme un meraviglioso bizantinismo e una
logica inconfutabile. Meno di due settimane dopo, gli avvocati che facevano da
ponte con gli amici della DISK, ci informarono che le nostre richieste erano
state accettate. Poca cosa, ma meglio di niente.
Avrei diverse altre
piccole storie sui militari turchi che dimostrano una certa capacità di ascolto
e una disponibilità al negoziato che fa, anche quella, parte del loro bagaglio
professionale e kemalista. Ma resta aperta una questione seria: quella del “nemico
interno” che si incarna, di volta in volta, nel separatismo curdo che nega il
dogma dell’unitarietà della Turchia o nel comunismo che afferma la lotta di
classe dentro un popolo che è unito, per definizione, nella Nazione o dei
sempre più difficili rapporti col risorgere e il radicalizzarsi dell’islamismo
politico di Erdoğan. Vedremo anche questo, nei prossimi post.
Giacomina Cassina (2. segue)

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