La nostalgia, ossia il “dolore
del ritorno” (dal greco antico νοστός, ritorno e άλγος, dolore) è un Leitmotiv (motivo conduttore) nella
letteratura di ogni tempo. L’eroe-protagonista di moltissime grandi opere
letterarie è spesso un migrante che, per volontà o necessità o casualità, si
trova “altrove” e, nella realtà in cui vive, costruisce tenacemente un progetto
di ritorno, sentendo, però, che non si avvererà mai o che, come Ulisse,
capostipite di questi sradicati, durerà così poco da diventare niente più che
una tappa nella vita vagabonda che continua. Il “dolore del ritorno” è, quindi,
più importante del ritorno stesso.
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| (auto)ritratto del Profeta |
Un esempio bellissimo
di questa costruzione del ritorno lo leggiamo ne “Il Profeta”, capolavoro di
Gibran Kahlil Gibran. Nato nel 1883 a Bisharri, nel Libano, Gibran muore nel
1931 a New York dove si era trasferito 20 anni prima, a seguito della condanna
del padre alla prigione, per peculato. Negli USA, la madre di Gibran Kahlil
aveva dei parenti, motivazione frequentissima in tutti i tipi di migrazione. Dopo
un breve ritorno in Libano e un periodo di studi a Parigi dove diventa amico di
Auguste Rodin che stimava moltissimo le sue opere pittoriche e i suoi disegni,
Gibran rientra definitivamente negli USA (New York e Boston) dove si lega ad
alcuni circoli letterari e artistici. Conduce una vita non facile e collabora
con il giornale Al Muhajir (L’emigrante)
per la redazione delle pagine rivolte agli immigrati di lingua araba. Scriverà moltissimi
libri, sia di prosa, sia di poesie, soprattutto in arabo.
Ne “Il Profeta”
(scritto in inglese), Gibran inventa, o genera o si incarna (la distinzione tra
i tre verbi, in effetti, è irrilevante) nel profeta Almustafà che, straniero
nella città di Orfalese, attende per ben 12 anni la nave che deve riportarlo nella
sua “isola nativa”. Un ritorno non tanto
al luogo d’origine, ma al luogo dell’anima, all’assoluto, all’infinito: “Oh, tu
materno e insonne, vasto mare … io tornerò a te sconfinato, goccia infinita”. Attraverso
Almustafà, Gibran si manifesta quindi ai newyorkesi, a quel mondo che è “altro”
dal suo Monte Libano, con un messaggio di trascendenza, raro ai suoi tempi. E lascia
a noi tutti un concentrato di saggezza e di altissima poesia. Il libro è
corredato da 10 acquarelli e da due disegni in bianco e nero dello stesso
Gibran.
Alcuni esegeti
insistono sul fatto che Kahlil Gibran fosse influenzato dal libro di Nietzsche
“So sprach Zaratustra” (“Così parlò Zaratustra”). Ma Carlo Bo, uno dei maggiori
critici letterari del secolo scorso, nell’introduzione all'edizione
italiana di Guanda (1983), spiega che l’assonanza tra i due scrittori e tra i
due profeti non può essere ignorata (tra l’altro, Gibran era un ottimo
conoscitore di Nietzsche) ma è tutt’altro che esaustiva perché “… a un testo così ambizioso è indispensabile
una partecipazione in profondità.” La partecipazione di un uomo sradicato, di
un migrante, ricco di esperienze e di aspirazioni che non rinuncia a cercare
l’infinito e che ha un estremo bisogno di condividere questa ricerca con chi
gli sta attorno.
Leggiamo, quindi, un passaggio di questo libro con l’augurio, per le prossime feste che, se non
l’avete ancora fatto, vi venga voglia di leggere tutto “Il Profeta”.
(il Profeta risponde ai cittadini di Orfalese, mentre attende per lunghi anni la nave del
ritorno)
“Quindi si fece avanti un muratore, e domandò: Parlaci delle Case.
Ed egli rispose, dicendo:
Immaginate una capanna nel deserto, prima di costruire una casa nelle
mura della città.
Giacché come rincasate al tramonto, così fa il pellegrino che è in voi,
eternamente remoto e solitario.
La vostra casa è il vostro corpo più grande.
Essa cresce nel sole e dorme nella quiete della notte e non è priva di
sogni. Non sogna forse la casa? Non abbandona in sogno la città per i boschi e
le colline?
Vorrei nella mia mano raccogliere le vostre case, e come il seminatore
disperderle sui prati e le foreste.
Le vostre strade vorrei fossero valli e i vostri viali verdissimi
sentieri, perché possiate a vicenda cercarvi tra le vigne e giungere con l’abito
profumato di terra. Ma questo non può ancora accadere.
I vostri antenati, paurosi, vi radunarono insieme, troppo vicini. E in
voi durerà ancora la paura. E le mura delle vostre città separeranno ancora dai
campi i vostri focolari.”
(giacomina cassina)

Molto bello. Grazie Giacomina.
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