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| J.P. Fitoussi |
Quando, presentando il suo discorso di investitura
al Parlamento europeo (14 luglio 2014) per diventare Presidente della
Commissione, Jean-Claude Junker aveva tirato fuori la storia dei 300 miliardi, mi era
scappato di scrivere un documentaccio che non ha perso validità, anzi, oggi ha la
conferma perfino di Fitoussi…
Gli “orientamenti” proposti da Junker nel suo discorso non si
discostano dal tradizionale “rinnovamento nella totale continuità” degli
enunciati della strategia di Lisbona, anche se, apparentemente, alcune
priorità sono elencate in ordine diverso. Se questa inversione delle priorità
avesse una vera consistenza, dovrebbe essere incardinata su una chiara analisi
dei livelli di crisi e dei loro effetti, tanto economici, quanto sociali. Per
inciso, mentre all’inizio Junker afferma che “il pericolo peggiore è stato
scongiurato” e che “a passo lento, ma sicuro, l’Europa sta ora riprendendo un
percorso di crescita e di fiducia nell’economia”, al punto 5, 2° paragrafo indica
che “la crisi sta solo segnando una pausa” ed è questo secondo approccio che
serve ad aprire il vero tema che caratterizza il discorso: la pausa nella crisi deve essere
sfruttata – dice Junker – “per consolidare e integrare le misure senza
precedenti che abbiamo adottato quando imperversava, per semplificarle e
rivestirle di maggiore legittimazione sociale”. Il leit-motif, per dirla in
chiaro, è la difesa ad oltranza e senza argomentazione delle misure di stretto
controllo sui bilanci degli stati membri, ossia di tutto l’arsenale delle
politiche di stabilità.
Che senso può avere rilanciare una strategia come
quella di Lisbona (del 2000), concepita in un periodo di crescita (specie degli stati che
oggi la crisi ha più massacrato dal punto di vista economico e sociale) quando
già il tentativo di rilancio della stessa, operato nel 2005, è stato
fallimentare (ben prima che esplodesse la crisi) per la mancanza di risorse
adeguate (perché il bilancio UE è inadeguato e perché gli Stati membri non possono liberare risorse proprio a causa del Patto di stabilità) e per incapacità di
leggere le dinamiche internazionali, in particolare l’aggressività efficace dei
paesi emergenti (Cina, ma non solo)?
La continuità con la precedente Commissione è
confermata anche dalle priorità individuate e dagli strumenti che vengono
indicati. Quanto ai contenuti del programma, infatti, si tratterebbe di
spingere su un approfondimento del mercato interno, sulle TIC (tecnologie dell’informazione
e comunicazione), sulla ricerca e sviluppo, sull’ambiente, sulle
infrastrutture, sull’energia (rinnovabili, reti ed efficienza : nulla che non ci fosse già nel programma20/20/20 che risale a oltre 4 anni fa …).
Quanto a risorse … è il solito appello alla BEI (Banca Europea degli Investimenti) che svolge senza dubbio un compito
encomiabile, ma che viene sistematicamente chiamata come si chiama il 118, nei
momenti in cui si vuole evitare di porre il vero problema che è l’inadeguatezza
totale del bilancio e delle politiche comuni. La BEI è una bella ambulanza, ben
attrezzata: 243 miliardi di asset a metà 2013, con poco meno del 30% di fondi
propri; collabora con più di 150 paesi extraeuropei a cui va circa il 10%
dell’insieme dei prestiti; l’insieme dei prestiti nel 2013 è stato di circa 72
miliardi di €. Anche da questi pochi dati si può capire che la BEI viene chiamata
in causa per sostenere le politiche UE che mancano drammaticamente di
carburante (sia politico, sia finanziario). Alla BEI è stato affidato, da diversi
anni, il compito di animare le operazioni di PPP (partenariato
pubblico-privato) dove, restando cronicamente debole tanto la P del pubblico
che quella del privato, i successi sono stati scarsi. Delle diverse attività
della BEI, particolarmente interessante è il programma JEREMIE (Joint European
Resources for Micro to Medium Enterprises) che opera soprattutto attraverso il
FEI (Fondo Europeo di investimento): la BEI ha avuto, fin dalla sua nascita,
come compito fondamentale l’assistenza finanziaria delle PMI. In effetti, molti
più casi anche gravi potrebbero essere salvati dalla BEI, il problema, però,
sta nel quadro che la Commissione fornisce alla stessa BEI e ai potenziali
clienti, un quadro procedurale complesso e farraginoso, incapace di partire dai
bisogni reali dei soggetti interessati e mancante delle necessarie
flessibilità. Junker afferma che si dovrebbe aumentare il capitale della BEI ma le confida da subito il
compito generico di rilanciare occupazione, crescita e investimenti, ancorando i 300 miliardi in 3 anni ai vecchi obiettivi (ossia banda
larga, reti energetiche, infrastrutture di trasporto, istruzione, ricerca e
innovazione, rinnovabili, efficienza energetica). Il tutto sarebbe (automaticamente?) finalizzato
alla crescita della competitività. Anche scontando un certo pessimismo
dell’esperienza, sembrano tutte iniziative che potranno dare frutti, in termini
di occupazione industriale, nell’arco di 3/4/5 anni, senza modifiche
sostanziali del quadro macroeconomico e giuridico … Quanto al Sistema di
garanzia per i giovani (citato da Junker e di cui FREE ITALIA ha giàparlato), ricordiamo che nasce da una Raccomandazione del Consiglio del
2013, ossia da un atto senza valore vincolante e che mira ad offrire ai giovani
entro 4 mesi dalla fine della scuola un percorso di studi, un impiego, un
apprendistato, un tirocinio o un ulteriore corso di studi. Il target sono i
giovani sotto i 25 anni (!). La disoccupazione dei laureati non è nemmeno presa
in conto, eppure sarebbe un significativo potenziale per uno sviluppo
qualitativo.
Gli effetti sociali delle politiche applicate
dall’UE nel corso della crisi sono del tutto sottovalutati e i 6 milioni di
disoccupati prodotti dalla crisi sono citati quasi per dovere, anche se, in un
cedimento alla sincerità, Junker dice anche che “E’ mancata l’equità sociale.
La legittimità democratica è stata messa alla prova da numerosi nuovi strumenti
che è stato necessario creare al di fuori del quadro giuridico dell’Unione
europea” (allusione al Fiscal Compact, Six-pack, Two-pack, cioè alle politiche
di stabilità, bontà sua …). Non si capisce, però, come poi il Presidente della
Commissione in pectore senta il bisogno di ripetere ad ogni punto che è
necessario confermare proprio quelle politiche che "hanno messo alla prova la
legittimità democratica" e hanno sfinito gli stati membri obbligati ad
applicarle fino a far loro perdere di vista che cosa succedeva nel mondo.
Junker afferma anche di considerare “l’equità sociale nell’attuazione delle necessarie riforme strutturali altrettanto importante della stabilità della moneta unica e della solidità delle finanze pubbliche”. Peccato che le parole che precedono questo passaggio indichino la necessità di “consolidare e integrare le misure senza precedenti che abbiamo adottato" … "per semplificarle e renderle più legittime socialmente”. La ricetta per socializzare le politiche “senza precedenti”, consiste in un ampliamento dell’analisi di impatto sociale (finora esclusivamente interna alla Commissione) ad una discussione pubblica sugli effetti sociali delle misure strutturali che si stanno per prendere. Buona cosa, se la “discussione pubblica” non fosse, come è, l’ennesima consultazione in rete e implicasse direttamente, invece, la responsabilità delle organizzazioni dei lavoratori e della società (dialogo sociale europeo? ...). Anche il superamento della Troika che propone Junker può essere applaudito, a condizione che l’organismo che lo sostituirà faccia qualche danno in meno. Ma restiamo nell’ambito di un maquillage che difficilmente coprirà le attuali nudità del re UE.
Junker afferma anche di considerare “l’equità sociale nell’attuazione delle necessarie riforme strutturali altrettanto importante della stabilità della moneta unica e della solidità delle finanze pubbliche”. Peccato che le parole che precedono questo passaggio indichino la necessità di “consolidare e integrare le misure senza precedenti che abbiamo adottato" … "per semplificarle e renderle più legittime socialmente”. La ricetta per socializzare le politiche “senza precedenti”, consiste in un ampliamento dell’analisi di impatto sociale (finora esclusivamente interna alla Commissione) ad una discussione pubblica sugli effetti sociali delle misure strutturali che si stanno per prendere. Buona cosa, se la “discussione pubblica” non fosse, come è, l’ennesima consultazione in rete e implicasse direttamente, invece, la responsabilità delle organizzazioni dei lavoratori e della società (dialogo sociale europeo? ...). Anche il superamento della Troika che propone Junker può essere applaudito, a condizione che l’organismo che lo sostituirà faccia qualche danno in meno. Ma restiamo nell’ambito di un maquillage che difficilmente coprirà le attuali nudità del re UE.
Tralasciando l’incredibile confusione in materia
di politica estera, politica commerciale esterna, aiuti allo sviluppo e
politica di immigrazione per le quali, in assenza di qualsiasi visione geopolitica,
si moltiplicano i referenti e si confondono i ruoli dell’uno con l’altro,
un’ultima osservazione : Junker si propone di migliorare la libertà di
circolazione dei lavoratori “pur riconoscendo alle autorità nazionali il
diritto di contrastare gli abusi e le frodi nelle domande di prestazioni” e di rivedere
la direttiva distacchi per combattere il dumping sociale, col rischio che la
rigida affermazione “nella nostra Unione, lo stesso lavoro nello stesso posto
dovrebbe essere retribuito allo stesso modo” invece di perseguire l’equità sociale che
vorrebbe, porti ad una protezione dei diversi mercati del lavoro nazionali e ad
una limitazione della libertà di circolazione dei servizi oltre che dei
lavoratori … ma Junker ha letto le sentenze della Corte di Giustizia Europea in materia?
Curiosamente (ma non tanto), une dei paragrafi finali è dedicato alla conferma che "la competenza degli stati membri in
materia di regimi fiscali nazionali”... rimane agli stati. E che vi aspettavate?.
No, decisamente “niente di nuovo” sul fronte
lussemburghese ed europeo.
Giacomina Cassina
Giacomina Cassina


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