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| La sede di S&P a NY |
Chi ha dovuto leggere
tutta la vita documenti e rapporti economici non riceve più frustate di
adrenalina quando ha davanti i Research Update (le ricerche aggiornate) delle
Agenzie di rating, specie quelle di Standard & Poor's che qualche colpa grave da pagare l'avrebbe. Resta, però, l’amarezza di constatare che le traduzioni
giornalistiche di queste pubblicazioni, se non ci fosse la beata sindrome di Alzheimer del lettore
medio che il giorno dopo ha dimenticato tutto quello che ha letto il giorno
prima, potrebbero produrre picchi di suicidi. Cosa di cui, decisamente, non
abbiamo bisogno.
Partiamo da un’osservazione
banale: quando vengono pubblicati questi rapporti? Sempre di venerdì. Una
volta, il venerdì non si mangiava carne, adesso si va a letto con il rating
abbassato. Anche negli anni scorsi, se andate a controllare i giornali, l’allarme
spread e l’allarme rating ci colpivano regolarmente nel giorno del digiuno,
quasi a ricordarci che siamo mortali e che la fame - quella vera, totale, che ti
impedisce di pensare ad altro, se non a procurarti qualcosa da mettere in pancia - è alle porte. Il venerdì, insomma, si liberano i diavoli che si scateneranno
sulle borse, all’apertura del lunedì. Ma, intanto, il week-end delle persone
per bene è fottuto. E a me sembra che si configuri anche il reato di “turbativa
di mercato”… ma trovalo un giudice che si metta all’impresa di istruire un
processo!
OK, sappiamo benissimo
che non si deve scherzare sulla crisi, che la gente sta davvero male, che il
lavoro manca, che gli investimenti languono. Ma, proprio per questo, chiediamo
alle redazioni economiche dei giornali se l’allarme e i “dies irae” che
urlano dai loro titoli in queste occasioni siano fondati o non siano, piuttosto, usati
strumentalmente e politicamente per dare addosso a governi, partiti, imprese
dell’economia reale, lavoratori e, data la stagione, anche a Babbo Natale e alla
Befana.
Ricordiamo che, da alcuni anni, tutti gli italiani sono stati costretti ad imparare che lo spread alto
era il diavolo perché ci aumentava il servizio del debito (per vendere dei
titoli di stato si doveva renderli appetibili offrendo alti interessi) e che, di conseguenza, se lo spread fosse sceso, ci
saremmo trovati meglio (perché lo stato avrebbe potuto spender meno in
interessi e quindi fare più investimenti pubblici). Ce l’hanno insegnato a
martellate. Peccato che si sono dimenticati di dire che ci voleva anche la crescita, oltre lo spread basso ... Ma questo l'abbiamo capito presto da soli. In contemporanea, le agenzie di rating si sono premurate di spingerci
giù dagli scalini: AAA, poi AA, poi A, poi A meno, meno, meno e poi paff, giù in
BBB. Oggi, con lo spread ai minimi, siamo a BBB meno 1... Secondo lo schema riassuntivo
dei criteri del rating, il paese avrebbe
“Adeguate capacità di rispettare
gli obblighi finanziari. Tuttavia, condizioni economiche avverse o cambiamenti
delle circostanze sono più facilmente associabili ad una minore capacità di
adempire agli obblighi finanziari assunti.” Con un colpo al cerchio
e uno alla botte, insomma, potremmo farcela ma anche no … Per inciso, non è vero, come hanno detto molti
che, se scendiamo ancora nel rating i nostri titoli diventano spazzatura: abbiamo
ancora 3 gradi di BB prima di arrivare al grado di “non investimento” ossia di
rischio elevato in cui (confrontare con la formula precedente) saremmo “Più vulnerabili rispetto agli obbligati valutati 'BB', ma vi sono
ancora le capacità per rispettare gli impegni finanziari. Condizioni economiche
e/o finanziare impreviste, ridurranno probabilmente le capacità e la volontà
dell'obbligato, di adempiere.”
Guardate che non è un’interpretazione
malevola o superficiale o alla Ficarra e Picone. I documenti di valutazione e
previsione economica sono proprio così, come la barzelletta del carabiniere (chiedo
perdono all’Arma che amo molto, peraltro) che metteva sul comodino un bicchiere pieno
d’acqua e uno vuoto “perché stanotte può
venirmi sete, ma può anche NON venirmi sete”. I redattori dei Research
Update non hanno paura né vergogna di smentirsi ogni 6 mesi. Il testo di Standard& Poor’s, di cui hanno parlato i giornali ieri dice tranquillamente di aver
rivisto al ribasso le sue stesse previsioni del giugno 2014. Però, poi, dice
anche che siamo sulla strada giusta con le riforme, e che vanno accelerate ma che, nel breve termine, queste non produrranno né crescita né
abbattimento del debito. Scusate, ma doveva venircelo a dire S&P di
venerdì? Questo è un bicchiere di acqua calda che S&P ha messo sul comodino
accanto a quello pieno e a quello vuoto perché non si sa mai che noi ci beviamo anche quello...
Se i cosiddetti grandi poteri
economici, finanziari e bancari che dei rating se ne fregano perché semmai sono
loro a commissionarne la definizione alle varie agenzie e quando prendono delle decisioni
guardano solo se a loro conviene o no, perché il giornalismo economico deve fare
il servo sciocco di questi poteri e impaurire la gente spingendola a sentirsi in colpa per tutto
quello che succede? Quando il Rapporto CENSIS segnala che la realtà è
“… quella
di una popolazione impaurita e
sola, vulnerabile e, purtroppo, cinica”, credo che il richiamo all’etica
professionale dei giornalisti sia non solo corretto, ma doveroso. Purtroppo so anche che
ci faremo dei nemici. Ma a noi interessa dire a chi ci legge che sì, continuerà
ad esser dura, però che ce la possiamo fare a condizione di non lasciarci
trascinare in quello stato di depressione antropologica in cui troppi vorrebbero
sprofondarci per stroncare ogni spirito critico e indurci ad accettare
qualsiasi ulteriore digiuno prossimo venturo.

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