La disoccupazione
giovanile (e non solo) è un fenomeno spaventosamente cresciuto dopo l’inizio
della crisi. Tutta l’Europa ne è colpita, sia pur in misura diversa, e questa
realtà dovrebbe essere descritta da quei dati che l’Ufficio statistico dell’UE
(EUROSTAT) sforna regolarmente dai suoi ovattati palazzi. Eppure, questi ci
dicono che, dal 2009 ad oggi, la disoccupazione giovanile è cresciuta (in media
UE) di soli due punti. Queste percentuali, in effetti, hanno molto poco a
che vedere con il fenomeno in questione perché fotografano solo la
disoccupazione dei giovani trai 16 e i 24.
Un dato che definisca “giovane disoccupato” solo chi è, in larga maggioranza, ancora studente sembra nato proprio per essere un dato falso. Infatti, i giovani allo studio non possono, a rigor di logica, esser considerati disoccupati. Allora l’UE ha “allargato” non la fascia d’età (che sarebbe stato logico), ma il concetto di giovani occupati che diventa “giovani in formazione o al lavoro”. Ma con questo non arriviamo certo ad una descrizione accettabile del fenomeno. Soprattutto perché, compiuti i 25 anni che si fa per non far nulla? Ci si laurea, si prende una seconda laurea, poi un master, poi un corso di formazione, poi un corso di lingue, poi … gli anni diventano 30, 35, 40… Che fa l’UE? Qualche raccomandazione agli Stati membri sull’apprendistato e sul funzionamento dei Servizi pubblici per l’impiego, il programma Erasmus (che è di studio e non ha sbocchi su un posto di lavoro), la rete Eures per cercare lavoro in altri paesi … Ma sempre col target assurdo di chi ha tra i 16 e i 24 anni.
Un dato che definisca “giovane disoccupato” solo chi è, in larga maggioranza, ancora studente sembra nato proprio per essere un dato falso. Infatti, i giovani allo studio non possono, a rigor di logica, esser considerati disoccupati. Allora l’UE ha “allargato” non la fascia d’età (che sarebbe stato logico), ma il concetto di giovani occupati che diventa “giovani in formazione o al lavoro”. Ma con questo non arriviamo certo ad una descrizione accettabile del fenomeno. Soprattutto perché, compiuti i 25 anni che si fa per non far nulla? Ci si laurea, si prende una seconda laurea, poi un master, poi un corso di formazione, poi un corso di lingue, poi … gli anni diventano 30, 35, 40… Che fa l’UE? Qualche raccomandazione agli Stati membri sull’apprendistato e sul funzionamento dei Servizi pubblici per l’impiego, il programma Erasmus (che è di studio e non ha sbocchi su un posto di lavoro), la rete Eures per cercare lavoro in altri paesi … Ma sempre col target assurdo di chi ha tra i 16 e i 24 anni.
Noi sappiamo, invece, perché
lo vediamo nei nostri figli, nei figli degli amici, nei ragazzi che conosciamo,
perché lo ascoltiamo in metropolitana, perché ce lo dicono loro quando si
arrabbiano o si deprimono, che trovare lavoro resta oggi un sogno impossibile e
amaro per tutte le persone fino ed oltre i 30 anni. Non solo, questo esercito
di giovani che non sono considerati giovani, si incontra, marciando verso i 40
anni, con le armate di quelli che il lavoro l’hanno perso e non riescono a
trovarne un altro. E non parliamo del mitico posto a tempo pieno e indeterminato.
Nemmeno per sogno: si tratta di persone
che sarebbero (e sono) pronte a fare qualsiasi cosa. Infatti troviamo ragazze
con due lauree che fanno la colf, la badante o la baby-sitter, diplomati (anche
in informatica, ormai) che portano a spasso i cani, consegnano pizze, scaricano
cassette di ortaggi e una quantità crescente di giovani formati o laureati che
vanno a fare i camerieri in Germania e in Gran Bretagna. Quasi tutti pagati
poco e al nero, salvo (forse) quelli che vanno all’estero. Dietro ognuno di
loro ci sono lunghe storie di curricula, inviati a migliaia in risposta a
domande di lavoro che di certo i giovani-non-giovani non le hanno sognate di
notte ma le hanno trovate sul web o sui giornali. Curricula che cadono nel buio
degli uffici del personale delle imprese, senza alcun feed-back, senza nemmeno una mail di riscontro con una delle
formule oscene da risponditore automatico : “La ringraziamo per aver introdotto
la sua candidatura. La nostra scelta si è orientata verso altri candidati. Con
il suo consenso, terremo presenti i suoi dati per un’eventuale prossima
opportunità. Cordiali saluti”.
I grilli parlanti, le
istituzioni nazionali ed europee, la cultura salottiera, i media sempre pronti
a seguire l’onda, avevano detto a questi
giovani-non-giovani “studiate, laureatevi, specializzatevi : questa è la
via della salvezza”. Ma sono arrivati molti sciacalli : le offerte di formazione privata “con esperti
di alto livello” (e altissimo compemso) si sono moltiplicate e,
spesso, si sono sovrapposte a pseudo-colloqui di lavoro. Un esempio? Un’impresa
cerca laureati per promuovere l’utilizzo di energie pulite. Ottimo! Risposta
con curriculum, foto, referenze. Appuntamento per un colloquio lungo e formale
con due esaminatori eleganti e distinti che alla fine sentenziano: “Siamo molto
interessati ai suoi studi, alla sua capacità di esprimere le sue conoscenze e
le sue valutazioni, la vediamo preparata e molto motivata, senz’altro possiamo
passare alla fase di pre-assunzione che consiste in tre giorni di formazione
specifica a pagamento (350 €, spostamenti a carico del candidato)”. Il tapino
(o la tapina) torna a casa, chiede ai genitori che fare, i genitori dicono
“prova”. Alla fine dei tre giorni di “pre-assunzione” la speranza fa 90. Si va
sul campo? “Non ancora (la speranza scende a
60) però, adesso che sapete quanto bene fa la nostra impresa per il
nostro paese e per l’ambiente, potete fare un mese di prova (la speranza risale)
trovando ognuno cinque colleghi disposti a fare questo percorso che voi avete
già fatto.” E poi? “Poi andiamo all’assunzione (speranza a 500,
è fatta !) ma ci vorranno ancora altri tre giorni di ‘training finale’ (750 €,
spostamenti a carico del candidato)”. Il
candidato/la candidata rimangono a motore spento.
Bisogna sapere che queste
scatole cinesi dell’avviamento al lavoro, spesso ottengono anche sussidi
regionali e/o dai Fondi UE per montare il loro vergognoso inganno.
Intendiamoci, qui non
si denuncia la formazione e tantomeno la conoscenza in quanto tali, anzi, ma lo
squallido uso che un mercato opportunista ne fa, investendo, coi nostri soldi, nella
distruzione delle aspirazioni di chi vuole solo dare un senso alla vita,
lavorando.
Vogliamo parlare anche di
un altro “mantra” che gira sempre più tra i santoni della comunicazione?
Eccolo: “Inventatevi un lavoro, cercate
un settore, una nicchia di mercato che abbia bisogno di voi e la cosa è fatta”.
Seguono patinati servizi su chi ce l’ha fatta, cioè uno su mille che, spesso, è
qualcuno che poteva disporre di una rete di relazioni e risorse familiari che
gli hanno fatto da piattaforma di lancio. Gli altri non riescono nemmeno a
rientrare dei costi dell’apertura della partita IVA.
L’ultimo mantra l’ho
ascoltato a Radio 24, un paio di giorni fa, ed è un’evoluzione dei due
precedenti: “Dobbiamo costruire l’economia della condivisione” cioè mettere
insieme conoscenze, formazione, beni, auto, case, spazi e … probabilmente anche i nonni per finanziare lo
start up di impresette improbabili che faranno una fatica immane a trovare
pezzettini di mercato su cui campicchiare.
Personalmente credo che
la strumentalizzazione dell’aspirazione sacra alla conoscenza e alla formazione
per lucrare sulle legittime aspirazioni delle persone sia un delitto
gravissimo, ma dato che il codice non ne parla e non possiamo aspettarci una condanna, in attesa della punizione divina è bene tener sempre
presente che, senza una forte ripresa economica che crei nuovi posti di lavoro
qualificati e in quantità sufficiente, continueremo a poter contare solo sulla
solidarietà delle famiglie e degli amici. Intanto, per sperare e condividere quello che siamo, non quello che abbiamo, un po’ di
volontariato ci può aiutare a sentirci almeno utili e ancora vivi.

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