Svuotare le vecchie librerie di famiglia ti fa trovare
spesso delle piccole perle. E’ stato così con un librettino intitolato “Gandhi
- Buddismo, Cristianesimo, Islamismo” (Tascabili Economici Newton, 1993). E’ un
compendio di citazioni relative alle più grandi correnti religiose presenti in
India al suo tempo, da cui si deduce un grande impegno culturale e spirituale
di quello che viene sempre e solo ricordato come il vate della non-violenza.
Gandhi era sinceramente coinvolto dal Buddismo (che riteneva
una filiazione vitale dell’Induismo, la religione alla quale lui aveva aderito
dopo una lunga ricerca) e veniva continuamente interrogato dai suoi
correligionari induisti che lo sospettavano di eresia. Rispondeva semplicemente
che lui era onorato di essere “anche” buddista, ma che l’induismo rispondeva
meglio alle esigenze di perfezione e spiritualità.
Interessante e vivace anche il dialogo coi cristiani a cui
si rendeva disponibile con una semplicità e un’immediatezza che ci fanno
sembrare le iniziativa di dialogo interreligioso della Sant’Egidio un invito
all’Opera pieno di fronzoli, non necessariamente più efficaci. Il cristianesimo, in India, presente soprattutto
attraverso la Chiesa anglicana, si articolava anche in una miriade di missioni protestanti
e cattoliche, con le quali il Mahatma aveva un dialogo diretto ed epistolare molto
stretto. A tutti diceva di aiutare, di insegnare, di curare ma di non fare proselitismo
perché l’eventuale conversione doveva, semmai, essere un effetto secondario del
loro vivere il cristianesimo come dedizione agli altri e, soprattutto doveva corrispondere
ad un libero percorso spirituale di ognuno. Ai cristiani “che avevano una
bottiglia di brandy in una mano e un pezzo di carne nell’altra”, Gandhi
rimproverava di esser distanti dal vivere secondo il dettame evangelico e di
farsi rappresentanti di una potenza coloniale in disprezzo dei poveri e degli
esclusi.
Ma in un bellissimo discorso, tenuto nel 1931 in occasione
del Natale, alle 4.30 di mattina e davanti ad una mezza dozzina di cristiani,
Gandhi fece una parziale autocritica riconoscendo che il cristianesimo era anche altro:
“man mano che il mio contatto coi cristiani concreti cioè gli uomini che vivevano
nel timore di Dio, andò crescendo, vidi che il Sermone della Montagna
sintetizzava l’intero cristianesimo per chi intendesse vivere una vita
cristiana. Fu quel Sermone a farmi amare Gesù. Posso dire di non essere mai
stato interessato ad un Gesù storico. Non mi importerebbe nemmeno se qualcuno
dimostrasse che l’uomo chiamato Gesù in realtà non visse mai e che quanto si
legge nei Vangeli non è che frutto dell’immaginazione dell’autore. Perché il
Sermone della Montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi.”
Gandhi finì per piacere così tanto ai cristiani indiani che fu “vittima”
di una quantità di iniziative volte a convincerlo a … convertirsi!
Complicati e difficili furono invece i rapporti di Gandhi con
il mondo musulmano. Innanzitutto perché il Mahatma era profondamente contrario
alla separazione del Pakistan (a grande maggioranza musulmano) dall’India (cosa
che avvenne nel 1947). Questa contrarietà poteva esser letta come una volontà
di dominio induista sulla minoranza islamica. In secondo luogo, perché i
musulmani non vedevano di buon occhio la tesi di Gandhi secondo cui, usando il “passe-partout”
della verità e della non violenza e aprendo con questa chiave qualsiasi
religione si scopriva “una sottesa unità” a tutte le religioni. Il Mahatma diceva, a conclusione di una replica ad alcuni attacchi “pieni di veleno e menzogne più o meno consapevoli” della stampa musulmana, nel 1940: “Solo con la
purezza e le buone azioni dei seguaci si può difendere la religione, mai con la
contrapposizione a chi professa altre fedi”.
Come tanti insegnamenti di Gandhi, anche questo sembra rimanere di grandissima attualità.
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