Oggi è la giornata contro la
violenza sulle donne. L’inflazione delle “giornate per/giornate contro” sta appiattendo
i giusti sentimenti e le riflessioni che dovrebbero accompagnare ricordi,
propositi, coscienza della nostra realtà umana e delle sue contraddizioni.
Leggiamo, infatti, un po’ dappertutto, testi che assomigliano ai “coccodrilli”
ossia a quegli articoli che vengono preparati prima che muoia una personalità famosa
e che, debitamente aggiornati man mano che la personalità in questione compie
ancora qualche atto vitale, sono belli e pronti al momento della “triste
notizia”.
Che cosa non si è già detto,
della violenza sulle donne? Ogni giorno ci sono notizie orrende di casi singoli
o collettivi di violenza, di sottili persecuzioni e di aperte aggressioni. La “giornata”
di oggi, non voglio passarla a ricucinare fatti e orrori, ma a riflettere su
qualcosa che può apparire dannatamente marginale o così politicamente scorretto
da farti vergognare di averlo anche solo pensato : la violenza delle donne su
sé stesse.
Facile pensare alla direttrice
dell’asilo che picchia la bambina o alla capo-ufficio che tormenta la
segretaria. No, non queste realtà disgustose, ma mutuate dalla violenza
esterna, atavica, quella dell’uomo, del padrone, del marito, del capo, del
potente sulla donna. Penso piuttosto a quella violenza che una donna compie su
di sé perché, dovendo scegliere, spesso fin da piccola, tra combattere e farsi
sconfiggere in partenza, sceglie la seconda alternativa e ne fa regola di vita.
Masochismo? A volte. Ambiente familiare? Molto spesso. Solitudine? Quasi sempre.
Una signora, chiamiamola Gaia, visse
per 50 anni con un marito oppressivo che non le faceva mancare niente, ma le
proibiva tutto. Il solo “tradimento” di Gaia, ma anche la sua valvola di
salvezza, era scappare a fare le spese (quando riusciva a farle da sola) per
fumare quella sigaretta che il marito le avrebbe fatto ingoiare tra urla e
insulti. Urla e insulti che non ci furono mai e che forse non ci sarebbero mai stati,
ma che lei immaginava e temeva a tal punto da trasformare la sua libertà in un
duetto tra sigarette e mentine. Quando non ce la fece più, scivolò in pochi
mesi in una demenza così profonda ma così allegra che la portò a diventare un
riferimento gioioso per tutti i ricoverati per patologie analoghe nell’ospedale
del capoluogo. Passò i suoi ultimi mesi cantando e ballando e raccontando
barzellette.
Un’altra signora, chiamiamola
Vera, fin da piccola si era sentita un’estranea. A molti bambini succede, ma non sempre i “grandi” lo capiscono e agiscono di conseguenza. Vera credeva di essere stata
adottata e, comunque, di non essere amata come avrebbe avuto bisogno. Certo, ma
quale è la misura dell’amore che ci manca? A volte questa “quantità” è così
enorme che nessuno riuscirebbe mai a dartela. Cosi Vera decise, fin da piccola,
di anestetizzarsi, decise di rifiutare tutti quei normali, bellissimi,
indispensabili segni d’amore che sono un abbraccio, una carezza, un bacio, un buffetto.
Per coerenza, si innamorò moltissimo di suo marito, ma non si concesse, nel suo
profondo, mai. Ebbe 5 figli e fu coerente anche con loro: nessuna “smanceria”,
rigore di comportamenti, resistenza al dolore, disciplina ecc. ecc. Di fatto avrebbe finito per allevare un piccolo gruppo d’assalto militare se i figli, verso i 20 anni, non
avessero deciso di prendersi la loro vita nelle loro mani e di andarsene. Poi,
verso gli 80 anni, quando i nipotini cominciarono a scaldarle di nuovo il
cuore, anche Vera scivolò nell’Alzheimer e cominciò a reclamare coccole. Oggi
vive ancora e dovrà vivere ancora più di cent’anni per rientrare dal debito di
affetto, di baci e di carezze che ha accumulato in tutta la sua vita.
Non c’è morale a questo discorso
sfasato. C’è solo la convinzione che la violenza è mancanza di amore e che un’alterazione della psiche può essere la
salvezza.

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