Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, eletto il 28
agosto scorso, ha inaugurato ieri il nuovo Palazzo presidenziale, una
costruzione che sembra “necessaria” solo a chi pensa – forse – di ripristinare
il califfato in Turchia … Ogni tanto si parla di Erdoğan anche nei nostri
provincialissimi mezzi di comunicazione e se ne parla male, spesso a ragione:
come sindaco di Istanbul che incita alla rivolta armata nel 1998, come amico di
Berlusconi (ahi ahi!), come promotore del velo nella laica Turchia di Atatürk,
come repressore di manifestazioni sindacali e studentesche da Premier, infine
come Presidente della Turchia che, a pochi giorni dall’elezione, fa in modo che
sia negato l’aiuto dei curdi residenti in Turchia ai curdi assediati dall’ISIS
a Kobane mentre i carri armati del glorioso esercito kemalista vegliano, al di
qua del confine, che i profughi siriani in fuga dai tagliagole dello Stato
islamico e i combattenti che gli si oppongono non possano trovare rifugio in Turchia.
Recep Tayyip è un
abile prestigiatore politico e, ci piaccia o no, ha un notevole potere in
Turchia fin dalla metà degli anni ’90. Da
allora, ha più volte modificato le sue politiche, pur restando sempre esponente
di un radicalismo cultural-religioso che ha continuato a risorgere, in Turchia,
dalle sue stesse ceneri.
Proviamo, allora, a collocare la rapida carrellata
fatta sopra in un contesto un po’ più dettagliato.
Nato nel 1953, Erdoğan esordisce come calciatore - dicono che
era anche bravo – poi, mentre studia economia e commercio all’Università di
Marmara, milita nell’Unione Nazionale degli Studenti; nel 1974 si ricorda la
sua interpretazione in una pièce di teatro (Maskomia) scritta da lui stesso, in
cui massoneria, comunismo ed ebraismo erano rappresentati come il diavolo.
La sua prima attività politica è tra i giovani dell’MSP
(Partito della Salvezza Nazionale), una formazione islamista e, successivamente,
nel Partito Islamico del Benessere (Refah Partisi) col quale vince le elezioni
municipali diventando sindaco di Istanbul nel 1994. Non si può negare che, come
gestore della città sul Bosforo, si dà da fare per modernizzarla, farla
funzionare meglio e svilupparne i servizi. I progressi si possono notare da un
anno all’altro. Come succede spesso con formazioni politiche che si rifanno
esplicitamente all’Islam, Erdoğan promuove le attività degli Imam a sostegno
della popolazione bisognosa attraverso mense popolari, raccolte di cibo e
vestiti, reti di assistenza medica volontaria. Questo aspetto del suo impegno
politico è importante per capire la sua concezione dei rapporti tra potere e
società: chi ha il potere, secondo Recep Tayyip non dialoga con organizzazioni
sindacali o imprenditoriali, ma con le comunità: chiese, circoli, associazioni
caritative. Il welfare non è considerato compito proprio dello stato e può
essere delegato a chi se lo assume come compito o missione. Il problema è che
il potere può sostenere e aiutare alcuni e non altri, decidendo, di volta in
volta quale “comunità” sia il suo referente per un certo scopo. Il mio amico
Yucel sostiene, a giusto titolo, che questa gestione della “cosa pubblica” è
fortemente discriminante e anti-democratica perché annulla alla radice l’idea
di “cittadini” uguali e con pari diritti, permettendo all’individuo di diventare
cittadino solo se inquadrato in una comunità. Questa concezione “comunitaria”
della società assomiglia molto a quella di Georges Bush Jr negli USA (Tea Party
e dintorni).
Nel 1998, il sindaco Erdoğan finisce in prigione per
incitamento alla ribellione armata: in un comizio aveva recitato - con
un’interpretazione tanto verosimile da essere ritenuta esplicito invito alla
rivolta – due versi del poeta Ziya Gökalp: “le Moschee sono le nostre caserme,
le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri
soldati…”. Il suo partito Refah viene sciolto.
Uscito di prigione dopo 4 mesi, Erdoğan rilancia e fonda il
Partito per la Giustizia e lo sviluppo (AKP). La legge turca permette di far
rinascere una formazione politica dalle ceneri della precedente, basta che il
nome e lo statuto siano un po’ diversi … Intanto, nel 1999, una vasta area della
Turchia a est di Istanbul viene scossa da un micidiale terremoto. 30 mila i
morti ufficiali. Mentre il governo di Ankara manda nel territorio colpito
l’esercito solo per mantenere l’ordine, nei villaggi i sindaci di espressione
Refah/AKP si mettono in strada con banchetti di fortuna, ricostruiscono gli
elenchi anagrafici censendo la popolazione sopravvissuta, organizzano i
soccorsi e la rimozione delle macerie e dei cadaveri da parte di volontari. Li
ho visti di persona e i ho ammirati e ho pensato e penso che un buon
amministratore (di destra o di sinistra, religioso o meno, non importa) deve
saper fare anche questo. Il risultato politico è un ulteriore rafforzamento
dell’AKP che vince le elezioni politiche del 2002 con il 34,3 % dei voti. Con un
escamotage, Erdoğan (che non ha ancora riavuto i suoi diritti elettorali) manda
l’amico Abdullah Gül a tenergli calda la poltrona di primo ministro finché, con
un’elezione suppletiva successiva, diventerà lui stesso deputato e poi premier mentre
Gül, spostato agli Esteri, darà un impulso notevole all’avvicinamento della
Turchia alla UE.
Per quasi 10 anni, Erdoğan non fa innamorare, ma mantiene un
profilo alto alla Turchia. Anche in politica estera, sorprende positivamente la
sua capacità di dialogo. Arriva a stabilire buoni rapporti con Israele e fa
pensare che i due stati, giocando insieme il ruolo di cerniera tra est e ovest,
possano garantire una certa stabilità nell’area. Anche durante la prima fase
delle rivolte arabe, chi si batteva per la democrazia pensava alla Turchia di Erdoğan
come ad un modello possibile. Ma la UE fa la schizzinosa, esige riforme
costituzionali, critica il potere dell’esercito, fa le pulci all’economia turca
e al funzionamento delle sue banche, moltiplica le occasioni di frizione con
Ankara spesso su quisquiglie e finisce per perdere quel consenso che, per
diversi anni, la maggioranza dei turchi esprimeva nei sondaggi di opinione. Intanto
l’economia turca va bene, Erdoğan fiuta l’aria della crisi economica e politica
dell’occidente e si avvicina ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud
Africa). Poi cambia politica anche verso il Medio Oriente: uscendo
dall’apertura e dal dialogo con tutti, sceglie gli amici e cerca di complicare
la vita agli altri.
E’ inutile dire che dove la politica si mischia alla
religione le cose vanno male. Questo è un pensiero occidentale e nemmeno di
tutti gli occidentali. Il problema è piuttosto quello di capire che si può
essere politici laici senza essere laicisti ed essere religiosi che fanno
politica senza essere fanatici. Molto dipende dalle circostanze e dal contesto.
Diciamo che il “contesto UE” non ha assolutamente aiutato la Turchia in questi
ultimi 10 anni. Come non ha aiutato le rivolte arabe. E non ha aiutato nemmeno
se stessa, anzi …
(Giacomina Cassina)



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