mercoledì 29 ottobre 2014

Erdoğan o del pragmatismo fondamentalista


  
Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, eletto il 28 agosto scorso, ha inaugurato ieri il nuovo Palazzo presidenziale, una costruzione che sembra “necessaria” solo a chi pensa – forse – di ripristinare il califfato in Turchia …  Ogni tanto si parla di Erdoğan anche nei nostri provincialissimi mezzi di comunicazione e se ne parla male, spesso a ragione: come sindaco di Istanbul che incita alla rivolta armata nel 1998, come amico di Berlusconi (ahi ahi!), come promotore del velo nella laica Turchia di Atatürk, come repressore di manifestazioni sindacali e studentesche da Premier, infine come Presidente della Turchia che, a pochi giorni dall’elezione, fa in modo che sia negato l’aiuto dei curdi residenti in Turchia ai curdi assediati dall’ISIS a Kobane mentre i carri armati del glorioso esercito kemalista vegliano, al di qua del confine, che i profughi siriani in fuga dai tagliagole dello Stato islamico e i combattenti che gli si oppongono non possano trovare rifugio in Turchia.  

Recep Tayyip è un abile prestigiatore politico e, ci piaccia o no, ha un notevole potere in Turchia fin dalla  metà degli anni ’90. Da allora, ha più volte modificato le sue politiche, pur restando sempre esponente di un radicalismo cultural-religioso che ha continuato a risorgere, in Turchia, dalle sue stesse ceneri. 
Proviamo, allora, a collocare la rapida carrellata fatta sopra in un contesto un po’ più dettagliato.

Nato nel 1953, Erdoğan esordisce come calciatore - dicono che era anche bravo – poi, mentre studia economia e commercio all’Università di Marmara, milita nell’Unione Nazionale degli Studenti; nel 1974 si ricorda la sua interpretazione in una pièce di teatro (Maskomia) scritta da lui stesso, in cui massoneria, comunismo ed ebraismo erano rappresentati come il diavolo.
La sua prima attività politica è tra i giovani dell’MSP (Partito della Salvezza Nazionale), una formazione islamista e, successivamente, nel Partito Islamico del Benessere (Refah Partisi) col quale vince le elezioni municipali diventando sindaco di Istanbul nel 1994. Non si può negare che, come gestore della città sul Bosforo, si dà da fare per modernizzarla, farla funzionare meglio e svilupparne i servizi. I progressi si possono notare da un anno all’altro. Come succede spesso con formazioni politiche che si rifanno esplicitamente all’Islam, Erdoğan promuove le attività degli Imam a sostegno della popolazione bisognosa attraverso mense popolari, raccolte di cibo e vestiti, reti di assistenza medica volontaria. Questo aspetto del suo impegno politico è importante per capire la sua concezione dei rapporti tra potere e società: chi ha il potere, secondo Recep Tayyip non dialoga con organizzazioni sindacali o imprenditoriali, ma con le comunità: chiese, circoli, associazioni caritative. Il welfare non è considerato compito proprio dello stato e può essere delegato a chi se lo assume come compito o missione. Il problema è che il potere può sostenere e aiutare alcuni e non altri, decidendo, di volta in volta quale “comunità” sia il suo referente per un certo scopo. Il mio amico Yucel sostiene, a giusto titolo, che questa gestione della “cosa pubblica” è fortemente discriminante e anti-democratica perché annulla alla radice l’idea di “cittadini” uguali e con pari diritti, permettendo all’individuo di diventare cittadino solo se inquadrato in una comunità. Questa concezione “comunitaria” della società assomiglia molto a quella di Georges Bush Jr negli USA (Tea Party e dintorni).
Nel 1998, il sindaco Erdoğan finisce in prigione per incitamento alla ribellione armata: in un comizio aveva recitato - con un’interpretazione tanto verosimile da essere ritenuta esplicito invito alla rivolta – due versi del poeta Ziya Gökalp: “le Moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…”. Il suo partito Refah viene sciolto.
Uscito di prigione dopo 4 mesi, Erdoğan rilancia e fonda il Partito per la Giustizia e lo sviluppo (AKP). La legge turca permette di far rinascere una formazione politica dalle ceneri della precedente, basta che il nome e lo statuto siano un po’ diversi … Intanto, nel 1999, una vasta area della Turchia a est di Istanbul viene scossa da un micidiale terremoto. 30 mila i morti ufficiali. Mentre il governo di Ankara manda nel territorio colpito l’esercito solo per mantenere l’ordine, nei villaggi i sindaci di espressione Refah/AKP si mettono in strada con banchetti di fortuna, ricostruiscono gli elenchi anagrafici censendo la popolazione sopravvissuta, organizzano i soccorsi e la rimozione delle macerie e dei cadaveri da parte di volontari. Li ho visti di persona e i ho ammirati e ho pensato e penso che un buon amministratore (di destra o di sinistra, religioso o meno, non importa) deve saper fare anche questo. Il risultato politico è un ulteriore rafforzamento dell’AKP che vince le elezioni politiche del 2002 con il 34,3 % dei voti. Con un escamotage, Erdoğan (che non ha ancora riavuto i suoi diritti elettorali) manda l’amico Abdullah Gül a tenergli calda la poltrona di primo ministro finché, con un’elezione suppletiva successiva, diventerà lui stesso deputato e poi premier mentre Gül, spostato agli Esteri, darà un impulso notevole all’avvicinamento della Turchia alla UE.  

Per quasi 10 anni, Erdoğan non fa innamorare, ma mantiene un profilo alto alla Turchia. Anche in politica estera, sorprende positivamente la sua capacità di dialogo. Arriva a stabilire buoni rapporti con Israele e fa pensare che i due stati, giocando insieme il ruolo di cerniera tra est e ovest, possano garantire una certa stabilità nell’area. Anche durante la prima fase delle rivolte arabe, chi si batteva per la democrazia pensava alla Turchia di Erdoğan come ad un modello possibile. Ma la UE fa la schizzinosa, esige riforme costituzionali, critica il potere dell’esercito, fa le pulci all’economia turca e al funzionamento delle sue banche, moltiplica le occasioni di frizione con Ankara spesso su quisquiglie e finisce per perdere quel consenso che, per diversi anni, la maggioranza dei turchi esprimeva nei sondaggi di opinione. Intanto l’economia turca va bene, Erdoğan fiuta l’aria della crisi economica e politica dell’occidente e si avvicina ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Poi cambia politica anche verso il Medio Oriente: uscendo dall’apertura e dal dialogo con tutti, sceglie gli amici e cerca di complicare la vita agli altri.   
Il resto è cronaca: la rottura violenta e plateale con Israele che vede Erdoğan insultare pubblicamente Simon Perez il politico israeliano più colomba che esista, la repressione delle manifestazioni per la conservazione di Gezi Park minacciato dalla bulimia edilizia, il contrasto con Al Assad in Siria che diventa (“il nemico del mio nemico è mio amico”) sostegno alle formazioni fondamentaliste fino alla fornitura di armi (pare) all’Isis e all’inerzia di fronte al dramma di Kobane, rotta soltanto dalla pressione della NATO per poter almeno usare le basi aeree turche.


E’ inutile dire che dove la politica si mischia alla religione le cose vanno male. Questo è un pensiero occidentale e nemmeno di tutti gli occidentali. Il problema è piuttosto quello di capire che si può essere politici laici senza essere laicisti ed essere religiosi che fanno politica senza essere fanatici. Molto dipende dalle circostanze e dal contesto. Diciamo che il “contesto UE” non ha assolutamente aiutato la Turchia in questi ultimi 10 anni. Come non ha aiutato le rivolte arabe. E non ha aiutato nemmeno se stessa, anzi …
(Giacomina Cassina) 

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