venerdì 3 ottobre 2014

#3ottobre , L’ipocrisia del ricordo

tragedia lampedusa
Era il 3 ottobre del 2013. Un anno fa: nelle acque di fronte all'isola dei Conigli, nel Canale di Sicilia, galleggiavano centinaia di cadaveri.
Erano tutti africani, fuggiti dai loro paesi -Eritrea, Ghana, Somalia, Etiopia, Tunisia- nella speranza di un futuro migliore altrove, in Europa. Non necessariamente in Italia, ma erano costretti a passare di lì, raggiungere Lampedusa, per poi proseguire altrove.
La maggior parte ci arrivò da morta: le vittime del naufragio furono 366, i dispersi 20; solo 155 i sopravvissuti.


Le reazioni furono ipocrite: tutta Italia, improvvisamente, di fronte a quella tragedia -la peggiore nel Mediterraneo dall'inizio del XXI secolo- iniziò a interrogarsi riguardo la problematica dell'immigrazione. Le parole spese furono tante, parole di vicinanza e solidarietà: prima di allora, i morti nel Mediterraneo erano un niente, non facevano clamore. Si annunciò anche il piano Mare Nostrum che sembrava, d'improvviso, la soluzione definitiva e perfetta.
Poi, dopo qualche settimana, il rumore mediatico si interruppe. Gli sbarchi continuarono, i morti pure. Da allora, i cadaveri ripescati in mare sono stati più di3mila. Vittime di serie B: nessun minuto di silenzio, per loro, nessun'indignazione e rabbia. Solo tante promesse, tante parole, anche da parte di un'Europa indifferente, in grado di rimbalzare con maestria alle istituzioni italiane le responsabilità. E le istituzioni italiane, da parte loro, che fanno lo stesso.
Nonostante ciò, oggi, un anno dopo, l'Italia e l'Europa sono lì, a Lampedusa. A pochi passi dal molo in cui vennero adagiati i corpi, tutti uguali sotto i teli azzurri e verdi. I morti di speranza. Sono lì: c'è la presidente della Camera Boldrini, c'è il ministro degli Esteri Mogherini, c'è anche il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz. Ma ci sono anche loro, i sopravvissuti, che al ricordo di ciò che è accaduto sono esplosi in lacrime. Ci sono i lampedusani, i più umani di tutti, quelli che vivono quotidianamente l'emergenza sbarchi e mai scivolano nel razzismo, piaga più che diffusa in altre zone d'Italia. E ci sono i contestatori. Quelli che, quest'anno, non lo vogliono il minuto di silenzio: ce n'è stato già troppo, per troppo tempo. E' ora di parlare.
Ma a farlo non devono essere le istituzioni. "Non dovete nominare i morti. Li abbiamo visti noi non voi", è stato il commento di Giacomo Ferlazzo, leader del centro sociale dell'isola, che ha contestato Shulz, intento a celebrare il ricordo delle vittime. "Questa è una pagliacciata, i colpevoli siete voi, siete voi gli assassini”. "Non siete graditi”, ha aggiunto ancora. "Non dovete parlare, vi dovete soltanto vergognare”.
Alla fine, i contestatori sono stati allontanati dalla Digos: "Siamo un paese democratico”, è stata la replica della Boldrini. E poi la Mogherini: "Non è una pagliacciata", s'è difesa la nuova lady Pesc, "ma un nostro preciso dovere politico, morale e istituzionale. Che ci sia l’Ue qui non è per niente banale è il segno di un impegno che c’è stato e che continuerà. Questo è un segnale politico importante”.
Intanto, per le strade della città, i cartelli e gli striscioni urlano la loro rabbia e frustrazione: “Commemorate i morti e ingabbiate i vivi”.  “Ogni giorno è il 3 ottobre”;.“No a Lampedusa caserma a cielo aperto”; “No Nato, più scuole, no Ue, meno caserme”. Gli stessi slogan che erano stati urlati all'aeroporto, in mattinata. Grida che si scagliano contro la decisione di riaprire il centro di accoglienza e quella di installare di nuovi radar a Lampedusa. Cntro l'ipocrisia che intride le parole in ricordo di una tragedia del passato, a fronte di un silenzio deflagrante per la strage che prosegue imperterrita, non ostacolata, imperitura, ogni giorno.
Grida vere, in mezzo a tante parole vuote e troppo silenzio.

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