venerdì 26 settembre 2014

I pensionati vivono sotto la soglia di povertà

Ben 7,4 milioni di pen­sio­nati, il 44% del totale, vive in una con­di­zione di semi­po­vertà, con un asse­gno infe­riore a 1000 euro lordi men­sili (e si sot­to­li­nea “lordi”: al netto, si deve par­lare di circa 800 euro). Ma non basta, l’emergenza riguarda ovvia­mente, e sopratutto, i pen­sio­nati al minimo, il cui red­dito men­sile risulta di ben tre punti per­cen­tuali al di sotto della soglia di povertà asso­luta. I dati ven­gono da un rap­porto curato da Cupla (pen­sio­nati del lavoro auto­nomo) e Cer (cen­tro ricer­che economiche).


Lo stu­dio, pre­sen­tato dal pre­si­dente di Cupla Renato Bor­ghi e dal pro­fes­sor Ser­gio Gine­bri, ha preso in con­si­de­ra­zione il periodo 1995–2013, par­tendo quindi dalla riforma Dini. La ricerca evi­den­zia che le con­di­zioni di disa­gio sociale e di vera e pro­pria povertà tra i pen­sio­nati si sono aggra­vate a causa della pres­sione fiscale e dell’insufficiente ade­gua­mento delle pen­sioni ai prezzi. Inol­tre, l’aumento delle addi­zio­nali locali e il man­cato recu­pero del fiscal drag (dre­nag­gio fiscale) hanno ridotto ulte­rior­mente il potere d’acquisto.

L’area del disa­gio cre­sce innan­zi­tutto tra i pen­sio­nati più poveri: a par­tire dal 2009 le pen­sioni basse e medio-basse hanno regi­strato – al netto del pre­lievo fiscale – una per­dita di potere d’acquisto di oltre il 4%. Inol­tre, come già detto, le pen­sioni più povere si col­lo­cano oggi oltre tre punti per­cen­tuali al di sotto della soglia di povertà assoluta.

Le pen­sioni al di sopra dei 1.500 euro non godono più di un recu­pero pieno dell’inflazione. La per­dita che ne con­se­gue rispetto all’andamento dei prezzi al con­sumo è con­si­stente, risul­tando com­presa fra il 2 e il 7%. Il ridi­men­sio­na­mento del potere d’acquisto è stato par­ti­co­lar­mente pro­nun­ciato nel 2010–2013, ossia nel pieno della crisi eco­no­mica. E il futuro por­terà peg­gio­ra­menti: le misure intro­dotte con la legge finan­zia­ria 2014 accen­tue­ranno ulte­rior­mente la per­dita di valore delle pensioni.

Quali le pos­si­bili solu­zioni? Il Cupla, che rap­pre­senta 5 milioni di pen­sio­nati del lavoro auto­nomo – spa­ziando da Con­f­com­mer­cio a Cna, da Con­fa­gri­col­tura a Col­di­retti – trac­cia una pos­si­bile ricetta. In primo luogo, vanno ade­guati gra­dual­mente i trat­ta­menti minimi al 40% del red­dito medio nazio­nale, cioè da 500 a 650 euro men­sili come ci chiede, del resto, la carta sociale europea.

Per difen­dere le pen­sioni, soprat­tutto quelle più basse, si deve dare inol­tre mag­giore atten­zione al mec­ca­ni­smo di indi­ciz­za­zione. L’aumento di costo dei ser­vizi sani­tari, delle case di cura, delle spese di accesso al ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale col­pi­sce infatti que­sta cate­go­ria in misura mag­giore rispetto al resto della popo­la­zione. Que­ste voci dovreb­bero tro­vare un mag­giore rico­no­sci­mento nel sistema di adeguamento.

C’è poi anche il nodo degli 80 euro: devono essere estesi anche ai pen­sio­nati a par­tire dalle fasce più basse di red­dito. E ancora: per rista­bi­lire «un minimo di equità e giu­sti­zia sociale non è più dif­fe­ri­bile l’ampliamento della «no tax area» ad almeno 13 mila euro (importo pari a due volte quello del trat­ta­mento minimo annuo delle pen­sioni Inps).

Infine il Cupla chiede a governo e ammi­ni­stra­zioni locali di pre­ve­dere detra­zioni Tasi per gli anziani che abi­tano soli nella casa di pro­prietà e abbiano red­diti al di sotto di 13 mila euro (se sin­gle) o di 19.500 euro se in cop­pia, e di esclu­dere dall’imposta gli anziani non auto­suf­fi­cienti o rico­ve­rati in case di riposo.


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