mercoledì 16 luglio 2014

Accoglienza e indipendenza: viaggio all’alba del neonazionalismo

neonazionalismo
Il 2014 si conferma un altro anno terribile per quanto riguarda le vittime delle traversate migratorie che dalle coste del Nord Africa, conducono all’Europa. Il Mediterraneo è il teatro assoluto di questa tragedia. L’Italia, il primo approdo della salvezza, il risveglio improvviso dopo un terrificante incubo notturno: il viaggio della speranza.

Le primavere arabe, che nel 2011 hanno infiammato gli animi di milioni di nordafricani con gli ideali della Libertà e della Democrazia, di cui il nostroOccidente è simbolo indiscusso, si sono lentamente trasformate in primavere di sangue. Sangue versato non solo sul suolo africano durante le battaglie di migliaia di uomini nella speranza di un mondo migliore, ma riversato anche nel mediterraneo per inseguire quegli stessi Ideali che hanno mosso le rivoluzioni arabe: l’Europa, eterno miraggio di Libertà, Democrazia e Benessere, è stata invero la loro Tomba. Quel mare, secolare punto d’incontro tra l’occidente cristiano e l’oriente mussulmano, è diventato un abisso incolmabile che non separa solo due continenti, ma segna un confine invisibile tra la vita e la morte.
Solo dall’inizio dell’Estate almeno 300 persone hanno perso la vita o sono state date per disperse durante le traversate. Uomini, donne, vecchi e bambini: il mare non guarda in faccia a nessuno . La catastrofe umanitaria che si presenta ai nostri occhi è difficile da comprendere, soprattutto alla luce della crescente impotenza e incapacità di porvi rimedio, giacché è ormai palese il fallimento delle azioni nazionali e internazionali intraprese finora, per ultima, l’enorme stanziamento di danaro, di mezzi e di uomini messi in campo con l’operazione targata made in Italy: Mare Nostrum.
Difficile con un cerotto fermare un’ inarrestabile emorragia di vite umane.
Viene da chiederci il perché di questo fallimento. Quando si stanziano 300 mila euro al giorno e si mandano in mare aperto fregate, navi, elicotteri, aerei e personale a bizzeffe di tutti i reparti armati in forza allo Stato italiano, senza tuttavia riscontrare nessun significativo miglioramento della situazione, c’è da fermarsi un attimo, e riflettere. Per guarire da questa profonda ferita evidentemente non basta intervenire sulle conseguenze ultime che si palesano di fronte a noi ormai quasi quotidianamente, ma bisogna innanzitutto tentare di comprendere le cause scatenanti.
La sociologa veneziana Valentina Brinis ci fornisce i primi utili strumenti di analisi, nel libro da poco pubblicato in italia assieme all’onorevole Luigi Manconi (presidente della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del senato) “Accogliamoli tutti”: ”L’acuto squilibrio demografico tra l’Italia e gli altri paesi europei, da un lato, e le popolazioni rivieristiche e dell’intera Africa, dall’altro, costituisce il primo e ineludibile fondamento di ogni riflessione sull’immigrazione nel mondo contemporaneo. In altre parole, ‘accoglierli tutti’ –se intendiamo l’espressione nel suo significato di indirizzo e di programma- è relativamente più facile che respingerli tutti, ma anche più agevole e utile che selezionarli. Questo perché la ragione prima e principale dei movimenti migratori risiede negli squilibri economici e sociali a livello internazionale e nello scarto tra i tassi di natalità dei paesi sviluppati e quello dei paesi non sviluppati”.
Le soluzioni proposte dal duo Brinis-Manconi travalicano ogni buonismo fine a sé stesso incentrato su un’accoglienza senza riserve basata unicamente su sentimenti romantici e di solidarietà ma, si concentrano su possibili e concrete soluzioni che portino vantaggi evidenti sia a chi migra, sia a chi accoglie.
Prima fra tutte la regolarizzazione generale e senza restrizione dei nuovi arrivati, ma anche degli immigrati già presenti nel territorio, al fine di creare le basi di un riconoscimento individuale e collettivo che faciliti l’integrazione degli stessi nelle società ospitanti. La storia del riconoscimento, analizzata ampliamente da uno dei testi cardine del pensiero contemporaneo, ovvero “La fine della storia e l’ultimo uomo” del filosofo statunitense F.Fukuyama, diventa una componente fondamentale dell’integrazione in società fortemente multietniche, o tendenti a divenirlo, poiché è la storia stessa della felicità dell’essere umano. L’integrazione, vista in questo senso, assume quel carattere trans-storico che indaga, allo stesso modo di Hobbes, Locke, Rousseau e Hegel, l’uomo in quanto uomo, o, più propriamente, il primo uomo.
I diritti, di conseguenza, nascono da questa riflessione, la stessa che determina la felicità o meno dell’immigrato per mezzo del riconoscimento concessogli da quell’Occidente per il quale è disposto a rischiare la vita. Senza questo riconoscimento, il clandestino vivrà in una condizione di perenne minorità, e il suo viaggio di per sé risulterà vano poiché, anche se giunto a Milano, a Parigi o a Berlino, non potrà godere di quei diritti, e di quelle libertà che rendono appetibile la vita in questi luoghi.
Al di là degli enormi sforzi e delle palesi difficoltà che insorgeranno nell’attuare un simile progetto politico, emergono anche dei problemi relativi allo stato di salute delle democrazie liberali: se il migrante (escludiamo in questo discorso il rifugiato di guerra) si sposta per motivazioni prevalentemente di natura economica e sociale (la speranza è quella di trovare una società che permetta di costruire una vita dignitosa negata nella patria d’origine), non è detto che il punto di approdo potrà garantire tali prospettive.
Per quanto riguarda l’Italia, cito ancora il phampet del duo Brinis-Manconi :“L’immigrato poco specializzato che arriva e l’italiano iperspecializzato che parte sono figli dello stesso problema: un sistema economico arretrato”. Tant’è vero che la situazione economico-lavorativa, è grigia in primis per gli italiani stessi. Tensioni e lacerazioni del tessuto sociale sono quindi inevitabili e soprattutto, un dato di fatto.
L’acuirsi di questi conflitti sociali, che colpisce soprattutto le giovani generazioni, impossibilitate a costruire progetti di vita di lunga portata come fu per i loro padri, porta inevitabilmente alla nascita di correnti di pensiero radicali, le cui prospettive politiche possono apparirci spesso e volentieri come provocazioni fini a sé stesse, ma che in realtà non lo sono, e invece si impongono e fanno presa sull’opinione pubblica proprio a causa dell’impellente bisogno di trovare soluzioni rapide.
Le due giovani pasionarie italiane, l’una veneta, e l’altra toscana, che ho avuto modo di sentir parlare come opinioniste alla trasmissione Announo condotta da Giulia Innocenzi su La7, e che mi hanno gentilmente concesso quest’intervista telefonica, Isabella Cossalter (Veneto) e Susanna Ceccardi (Toscana), hanno idee che a molti potrebbero risultare azzardate, se non addirittura pericolose, ma che trovano, vista l’attuale e profonda crisi economica e valoriale, un numero sempre più crescente di sostenitori e simpatizzanti.
Isabella, 30 anni, ha iniziato la sua carriera da attivista nel movimento dei forconi Bellunese, e successivamente si è schierata tra le fila dei movimenti Indipendentisti veneti. La seconda, Susanna, 23 anni, è consigliere di minoranza nelle liste della Lega Nord nel comune toscano di Cascina e fervente sostenitrice di tutti i movimenti di autodeterminazione popolare.
Entrambe hanno idee molto chiare, e mi spiegano uno dei problemi più gravosi che affliggono le moderne democrazie liberali, ovvero quello dell’immigrazione, sotto una luce del tutto nuova: quella dell’Indipendentismo o, se vogliamo usare un termine nuovo, del Neonazionalismo.
Secondo entrambe, la minaccia all’integrità sociale ed economica dell’Europa cristiana, costruita con fatica nei secoli, e già duramente provata dalla crisi economica, non può giungere al definitivo tracollo per cause esterne, che ne vogliono intaccare sia le ricchezze che i valori, togliendo (rubando) le prime, e distruggendo i secondi. Si parte quindi dal ricercare una soluzione al problema degli sbarchi, diametralmente opposta a quella proposta dal duo Brinis-Manconi, ovvero risolvendo il problema all’origine senza mezze misure: “L’immigrato va fermato sul nascere”, mi spiega Susanna Ceccardi, quali che siano le premesse che lo inducono a partire, con la creazione di centri di identificazione siti nei territori di partenza, e eventuale smistato solo in casistiche molto limitate quali per esempio l’effettiva e dimostrabile provenienza da zone di guerra (profughi).
L’Europa inoltre deve assumersene la piena responsabilità economica, con un cambio di rotta netto verso l’operazione Mare Nostrum che “serve solo a fare concorrenza agli scafisti raccogliendo gli immigrati e portandoli a riva, quella sbagliata però, quella italiana”, puntualizza la stessa Ceccardi, e prosegue puntando il dito contro l’Unione europea, la quale a suo parere è tutt’altro che un luogo di incontro costruttivo tra Nazioni e popoli liberi in vista di un fine comune e condiviso, ma anzi un terreno costrittivo in cui i popoli sono assoggettati a volontà che non sono le loro, senza alcuna possibilità di controbattere.
Emerge dunque con una chiarezza che lascia poco spazio all’immaginazione, le estreme conseguenze del concetto di Indipendenza: non si parla più di Italia, di Spagna, o di Inghilterra, ma si mette in discussione la sussistenza stessa di queste realtà, spesso preconfezionate in un passato non più in sintonia con la volontà generale, o meglio con una parte di quella volontà generale che, seppur non costituisce di per sé la maggioranza delle persone all’interno di quegli stati, è però in grado di staccarsi e crearsi una propria Nazione economicamente e politicamente autonoma.
La fine dell’Unione Europea si prospetta dunque come una realtà palpabile, a cui può seguire anche la fine di tutte quelle realtà Nazionali che non costituiscono più un effettivo vantaggio per gli individui, o per una parte consistente di essi. Il concetto di Indipendenza, secondo le pasionarie, e più in generale anche secondo tutti gli appartenenti, diretti e indiretti, ai movimenti che seguono questi principi, va invece difeso ad ogni costo, sulla scorta del wilsoniano principio di autodeterminazione dei popoli.
Chiediamo infine a Isabella se sarebbe disposta ad assumersi la responsabilità di difendere con un fucile un eventuale nuovo confine (nel suo caso, del Veneto). La risposta è lapidaria: ”Se necessario si. Sarei disposta ad imbracciare il fucile. Prenderei le armi per difendere la mia nuova nazione e patria … il Veneto !“.

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