sabato 5 aprile 2014

L’euro e l’illusione della moneta unica

Uscirne sarebbe un disastro. Ma che fare per restarci? L’euro è nato da un progetto politico, ma la politica non è stata capace di completarlo./
Dal gennaio 2001, data in cui undici nazioni europee (la Grecia si aggiunge nel 2002) adottano un’unica valuta, gli italiani vivono nella zona euro. Non era la prima volta che si tentava in Europa di utilizzare una sola moneta: nel XIX secolo si provò un’esperienza simile con l’Unione monetaria latina, che ebbe un esito infausto e di cui è rimasta traccia solo in lavori di storia economica e nel nome di alcune valute.



Non dovremmo dimenticarci che, tra la fine dell’Unione monetaria latina e l’euro, l’Europa ha visto varie guerre tra i suoi Stati. All’euro è stato imputato quasi di tutto: dal raddoppio dei prezzi (che tutti gli studi empirici smentiscono) alla crisi attuale (che girava per il mondo da più di un decennio prima che scoppiasse da noi), dal debito pubblico (che in Irlanda e Spagna non rappresenta un problema, mentre da noi inizia a crescere nel 1980 e accelera col governo decisionista di Craxi) a un disegno perverso delle banche (che hanno quasi tutte rischiato la propria stabilità finanziaria), alla volontà egemonica di uno Stato. Il vero problema dell’euro è che, così com’è oggi, è un disegno incompleto basato su teorie economiche che assumono che il mercato porti all’efficienza e all’equilibrio, e che la storia ha dimostrato essere sbagliate. Secondo gli economisti, un’area valutaria ottimale è quella in cui i paesi sono sufficientemente simili da poter condividere una moneta comune. Detto altrimenti, l’Europa non lo è, così come non lo è l’Italia o non lo sono gli Stati Uniti.

Condividere una moneta unica costituisce ovviamente un problema poiché così facendo si rinuncia a due dei meccanismi di aggiustamento: i tassi di interesse e il cambio. Prendiamo un paese come l’Italia: ciò che ragionevolmente potevamo aspettarci era un notevole risparmio sugli oneri finanziari sul debito (pubblico e privato) mediante tassi di interesse più bassi; d’altro canto, l’impossibilità di ricorrere a svalutazioni competitive avrebbe portato a deficit dei conti con l’estero (a cui si rimedia con la deflazione salariale, cioè un peggioramento delle condizioni di vita e una contrazione della domanda aggregata) e a un aumento dell’economia sommersa.

Se si aderisce a una moneta unica, la rinuncia ad alcuni strumenti di politica economica può essere compensata sostituendoli però con qualcos’altro, come una politica comune (Stati Uniti d’Europa) e condivisione dei debiti, mentre, a oggi, l’Europa non ha messo in campo altro che il Fiscal Compact.

L’euro è nato da un progetto politico, ma la politica non è stata capace di completarlo andando fino in fondo, ossia attuando le riforme strutturali da implementare perché la zona euro funzioni. Quando è stato introdotto l’euro, la politica si è illusa che sarebbe stato sufficiente che i paesi soddisfacessero soltanto certi criteri di convergenza, ovvero alcune condizioni macroeconomiche in termini di deficit e debito in rapporto al Pil, perché l’Unione funzionasse davvero (3 e 60 per cento rispettivamente). Non dobbiamo poi dimenticare che l’euro è stato realizzato in anni di euforia iconoclasta del fondamentalismo del mercato: una visione secondo la quale i mercati si riequilibrano da soli e sono efficienti, basta togliere l’impiccio del governo e fare in modo che la banca centrale si concentri solo sull’inflazione.

Questa visione ha prodotto un costo sociale assai rilevante.

Si è aderito a un’unione monetaria in modo fideistico: sapendo, certo, che l’Europa è un arcipelago di economie diverse, abbiamo aderito nell’illusoria speranza che ciò avrebbe provocato un’accelerazione della politica e che le economie si sarebbero auto-organizzate. Ancora una volta si è creduto, e fatto credere, che i mercati avrebbero aggiustato le cose: il mito della mano invisibile che aggiusta tutto al meglio ancora ci guida. Così le economie si sono effettivamente adattate, aggiustando le bilance dei pagamenti, ma verso il basso: la competitività si è ottenuta deflazionando i salari e non aumentando la produttività, come era ovvio, visto che è più semplice sognare che modificare la realtà secondo i desideri. L’economia avrebbe fatto da battistrada alla politica: all’Unione monetaria sarebbe seguita quella politica.

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