domenica 3 novembre 2013

MUOStro. Cosa Nostra corona il sogno di trasformare la Sicilia in uno Stato Usa


MUOStro di Niscemi. Cosa Nostra corona il sogno di trasformare la Sicilia in uno Stato Usa

Si chiama Muos, ma lo chiamano “Muostro”. O, almeno, lo chiamano così quelli che, nella propria terra, la Sicilia, non ce lo vogliono. Coloro che lo vedono come un'ingerenza, l'ennesima, da parte di chi si muove sotto l'egida della bandiera a Stelle e Strisce.

L'ennesima perché, d'altra parte, l'isola siciliana è sempre stata legata a doppio filo agli Stati Uniti. Il sogno americano trasferitosi nel paradiso del Mediterraneo, trovando qui terreno fertile, tanto da trasformarlo nel proprio “parco militare”. Ed è una storia che va avanti da decenni, forse proprio da quel luglio del '43, quando gli Alleati sbarcarono sulle coste dell'isola favoriti dalle famiglie siciliane. Quelle più influenti. Quelle che potevano vantare contatti con parenti oltreoceano. Quelle che, in un modo o nell'altro, erano rapportate a Sindona e Gelli, per fare un esempio. Quelle mafiose, per farne un altro.
La storia della Sicilia è una storia di prigionia. Da parte della mafia, in primis, ma anche dal giogo della militarizzazione statunitense. Come non ricordare, d'altronde, la base di Sigonella o, ancor peggio, la più oscura ed inquietante base Gladio, il centro Scorpione di Trapani? Si sa: la mafia genera militarizzazione, la militarizzazione genera mafia. I poteri si attraggono e si confondono, gli interessi comuni creano alleanze inconfessabili. Ecco allora come l'isola abbia rappresentato, nei decenni, il crocevia in cui riconoscere -ma sempre e solo di striscio, nell'ombra- servizi segreti, massoneria, Cosa Nostra, apparati statali. Una zona grigia, un limbo in cui tutto coincide e da cui tutto si dipana. Quello che Falcone chiamava il “Gioco Grande”, per intendersi. E quello che aveva intuito anche l'allora leader del Pci Pio La Torre.Colui che si batté contro lo schieramento di missili americani a Comiso e che pagò la propria battaglia con la morte: freddato in strada, assieme al suo autista, il 30 aprile 1982. Delitto di mafia, parola di Buscetta, Mutolo e Marchese. Probabilmente, delitto anche di Cia. E neppure il primo.
Ma i rapporti tra Cosa Nostra e America non si limitarono solo a questo. La mafia aiutava gli Stati Uniti a contrastare l'avanzata comunista -anche attraverso la strategia della tensione-, ma doveva riceverne qualcosa in cambio: soldi, e complicità. Quella necessaria per portare a compimento il traffico di stupefacenti, che dagli Stati Uniti raggiungevano la Sicilia per essere lavorati e rivenduti in tutto il mondo. Una frontiera di guadagno immane, che fruttò alla mafia migliaia di miliardi di dollari, scoperchiata poi con l'indagine“Pizza Connetction”, a cui collaborò anche Falcone. Erano i primi anni '80.
Gli anni trascorsero, i legami si infittirono, i boss si succedettero. Riina lasciò posto a Provenzano, che venne a sua volta rimpiazzato da Matteo Messina Denaro. Siamo ai giorni nostri. Lui, il superlatitante, ricercato da vent'anni, ha sempre avuto le idee chiare in merito ai rapporti con gli americani. Un'affinità consolidata che dovrebbe ulteriormente concretizzarsi: nella sua prospettiva, la Sicilia dovrebbe diventare il 51esimo Stato degli Usa. E non sembra, purtroppo, un'utopia. L'ennesima dimostrazione della fattibilità del progetto del trapanese è tutta lì, nel Muos. Il Mobile User Objective System, ovvero un moderno sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, composto da cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra, di cui una, appunto, a Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Questo impianto sarà utilizzato per il coordinamento capillare di tutti i sistemi militari statunitensi dislocati nel globo, in particolare i droni, -collocati anche a Sigonella, a meno di sessanta chilometri- e produrrà campi elettomagneticitali da preoccupare i cittadini, nonostante le rassicurazioni dall'Istituto Superiore di Sanità, giunte lo scorso luglio. L'organo infatti, ha reso noto che i risultati delle misure sperimentali effettuate dall'Ispra sulle antenne del sistema Muos indicano che tutti i limiti previsti dalla legislazione italiana in materia di protezione della salute umana dai campi elettromagnetici sono rispettati in larga misura. Non dello stesso parere il professore Zucchetti, docente Ordinario di Impianti Nucleari al Politecnico di Torino, nè il dottor Coraddu, i quali, nel 2011, resero noto come le misurazioni svolte dall'Arpa mostrasseroche “i limiti di sicurezza previsti dalla legislazione italiana saranno sicuramente superati” con conseguenti pericoli per la salute dei cittadini.
Ma non sarà questo a fermare i lavori. C'hanno provato, gli attivisti del No Muos e, per un certo periodo, ci sono pure riusciti. Per qualche mese hanno potuto cantar vittoria, quando nel marzo scorso, il Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, revocò l'autorizzazione alla costruzione della stazione Muos a Niscemi, tra l'altro sita in un'area protetta. Una vittoria effimera: il 25 luglio, a seguito di un ricorso del Ministero della Difesa, la Regione dovette ridare il via libera ai lavori. Inaspettatamente, Crocetta passò dall'altro lato della barricata, additando, addirittura, gli attivisti del movimento come mafiosi. Proprio quelli che spiegavano, invece: “I nostri genitori, che pure ci hanno sempre sostenuto, si fanno delle domande. Dicono che adessoNo Muos significa No Mafia e che toccando il Muos si toccano le relazioni criminali. E ciò può creare problemi”, si legge in una testimonianza, riportata su i Siciliani Giovani. “Ci sono state persone che sono andate dai nostri genitori, consigliando, anzi denunciando, che eravamo nel Movimento. E questi a Niscemi sono segnali chiari, inequivocabili”.
Per Crocetta, però, non è lo stesso. Anzi, interpellato dalla Cancellieri sui nomi dei mafiosi presenti tra le fila dei No Muos, aveva raccontato: “C’è una ditta, la ditta Piazza di Niscemi che ha avuto appalti dalla Marina statunitense e adesso sta intervenendo pesantemente nel movimento.”
In effetti, il caso della Calcestruzzi Piazza è piuttosto emblematico. Quest'impresa aveva ricevuto in subappalto dall'azienda Lageco alcuni lavori nell'ambito del Muos, finché su essa non si abbatté la bufera, divenendo anche oggetto di un'interrogazione parlamentare presentata nel febbraio 2012 dal senatore Giuseppe Lumia. In essa si ricordava che la Calcestruzzi Piazza “ha come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza”, il quale, “in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”. I due, inoltre, erano stati denunciati già nel 2010, per il reato diassociazione mafiosa, mentre, nel novembre del 2011, la Prefettura di Caltanissetta aveva reso noto come alcune verifiche avessero fatto emergere “elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società”. Come se non bastasse, Giancarlo Giugno è parente del democristiano Paolo Rizzo, che fu sindaco di Niscemi dall'88-91, prima che la sua giunta venisse sciolta per infiltrazioni. Non sorprenderà scoprire come, nello stesso triennio, venne costruita in gran segreto la stazione per le radiotelecomunicazioni con i sottomarini nucleari della Marina Usa.
L'amministrazione di Rizzo non fu comunque l'unica a venir sciolta. Nel 2004, infatti, la storia si ripeté, sotto la guida di un altro democristiano passato tra le schiere di An, Mario Parrimuto. Dopo di lui, la poltrona di primo cittadino venne occupata da Giovanni Di Martino, più volte oggetto di intimidazioni mafiose a causa del suo impegno verso la legalità. Un contesto, in conclusione, certo non esente dal giogo della criminalità organizzata e che ancora tanta strada deve compiere per dirsi libero. Come si può pensare dunque, di intraprendere una grande opera, come la costruzione del Muos, senza incorrere in infiltrazioni mafiose? Come si può credere che non ve ne sia traccia, se il primo ad aprire la strada al progetto di telecomunicazioni fu niente meno che il presidente della Regione condannato per mafia, Totò Cuffaro? Come si può ancora credere nella trasparenza dell'opera, a fronte delle parole del senatore De Gregorio -quello comprato da Silvio Berlusconi al fine di far cadere il governo Prodi-, secondo cui la manovra di “compravendita” fu spinta dalla Cia per evitare che l'esecutivo del centrosinistra bocciasse i lavori del Muos?
Sono domande retoriche. Retorica non è invece la realtà empirica: ovvero quella dello scempio che intanto, a Niscemi, si sta compiendo, che avrà ripercussioni gravissime sull'ambiente e sull'ecosistema. Tralasciando le irregolarità, basterebbe soffermarsi sui lavori che stanno distruggendo l'area protetta, senza alcuna remora e riguardo. All'interno del cantiere recintato, in cui è impossibile accedere, si scava, e si scava tanto. Si stupra la terra e la si sventra, apparentemente senza un piano stabilito. E non sono pochi, ora, anche a seguito dello scandalo della Terra dei Fuochi, a riconoscere un modus operandi tipico delle mafie, già verificatosi in un altro grande cantiere che sta sviscerando l'Italia, questa volta in Val di Susa, per la Tav: laddove si scava si possono sì, gettare basi e fondamenti, ma si possono anche nascondererifiuti. Quelli speciali e pericolosi, sempre più diffusi. Quelli che fanno tanta gola alle cosche e portano guadagni incredibili nelle tasche dei clan. Quelli di cui continua a mancare -stranamente- la tracciabilità.

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