Almeno le forme sono salve. E’ stato infatti ripescato l’emendamento del Partito Democratico che chiedeva di reintrodurre l’Imu per i “più ricchi”. In un primo momento infatti i presidenti delle commissioni Bilancio e Finanze, Francesco Boccia (lettiano del Pd) e Daniele Capezzone (falchissimo del Pdl) avevano falciano 322 emendamenti su 454 perché privi di copertura finanziaria e o per la cosiddetta “estraneità di materia”. L’obiettivo principale è politico oltre che tecnico: portare il decreto legge sull’Imu più o meno integro all’esame del Parlamento. Da una parte, infatti, le mattane di Berlusconi contro al governo hanno allungato i tempi dei lavori delle Camere e quindi bisogna fare in fretta visto che il decreto scade il 30 ottobre e per essere convertito in legge deve ancora terminare l’iter a Montecitorio e andare al Senato. Dall’altra una misura come quella proposta dal deputato democratico Maino Marchi è vista come il fumo negli occhi da quelli del Pdl e quindi potrebbe riproporre, tali e quali, le risse all’interno della maggioranza.
Quindi in un primo momento Boccia e Capezzone avevano fatto fuori gli emendamenti Pd che puntavano a far pagare l’Imu ai più abbienti. Uno era quello di Marchi ed è stato riammesso anche se con qualche modifica. E’ stata infatti eliminata la previsione di riportare l’Iva al 21% dal 1 novembre al 31 dicembre. Resta invece la proposta di reintrodurre la prima rata dell’imposta sulla casa alle abitazioni con rendita catastale superiore ai 750 euro. Nella versione originaria, con le entrate recuperate (circa 1,2 miliardi di euro) si chiedeva di ripristinare l’Iva al 21% dal 1 novembre al 31 dicembre 2013, aumentare il rifinanziamento della Cig in deroga da 500 a 900 milioni di euro e dotare di 50 milioni per il 2013 il fondo per gli affitti. La riformulazione decisa nell’ufficio di presidenza delle commissioni Bilancio e Finanze alla Camera, però, ha stralciato di fatto, definendolo inammissibile, il comma 3 che prevedeva di riportare la terza aliquota dell’Iva dal 22 al 21%. I deputati democratici, in sede di presentazione, avevano fatto notare che, “secondo le stime Mef, su 2.011 milioni circa di perdita di gettito ex abolizione prima rata Imu, 1.230 milioni sono attribuibili agli immobili con rendita superiore a 750 euro”. Eliminando quindi la prevista riduzione dell’Iva, ammettendo che l’emendamento passasse, rimarrebbero nelle casse dello Stato circa 706 milioni di euro.
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