domenica 28 luglio 2013

Via Palestro, una strage dimenticata


Via Palestro, la strage dimenticata di Cosa Nostra

92-93. Sono trascorsi vent'anni da quel biennio insanguinato in cui Cosa Nostra si mostrò feroce e sadica; 24 mesi in cui la mafia imparò le dinamiche dello stragismo e divenne una belva in grado di incutere terrore.

Nel 1992 vennero uccisi i due eroi antimafia italiani, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; poco prima toccò all'eurodeputato della Dc Salvo Lima e, successivamente, al suo collega di partito, siciliano e mafioso,Ignazio Salvo. Nel 1993, invece, Cosa Nostra si spostò dall'isola su cui s'era relegata e ampliò il suo potere per tutt'Italia. I nuovi obiettivi della mafia erano divenuti improvvisamente i patrimoni artistici del nostro Paese. L'intento era chiarissimo: spingere affinché lo Stato cedesse alla trattativa che in quegli anni si stava andando a delineare, accelerandola; colpire un simbolo artistico e culturale dell'Italia significava colpire l'Italia tutta, piegare le Istituzioni.
Il 27 maggio, a Firenze, in via dei Georgofili, a pochi passi dagli Uffizi, una bomba uccise cinque persone. Appena due mesi dopo, nella notte del 27 luglio, altri tre ordigni deflagrarono: due si trovavano a Roma; le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro rimasero danneggiate dalle esplosioni. L'ultima, la terza, sconvolse invece la notte milanese. Di quest'attentato, quello di via Palestro, si seppe sempre troppo poco: fu un inferno che vent'anni di indagini e sentenze non sono ancora riusciti a inquadrare e, troppo spesso, nell'elenco delle stragi di mafia, non viene ricordato, nonostante le cinque vittime innocenti che in quel frangente persero la vita.
Quella notte, alle 23.14, nei pressi del Pac, il Padiglione d'Arte Contemporanea del capoluogo lombardo, infatti, persero la vita i tre Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, il vigile urbanoAlessandro Ferrari e il cittadino del Marocco Moussafir Driss, che dormiva su una panchina a pochi passi dal luogo dell'esplosione.
Successivamente, Cosa Nostra ebbe a dire che, quella sera, non dovevano registrarsi vittime; ché quello non era l'intento. Qualcosa non era andato secondo i piani: non solo la Fiat Uno riempita con novanta chili di tritolo saltò in aria un'ora prima del previsto, ma pure aveva iniziato a perdere fumo dal cofano. Un evento che non passò inosservato da parte di alcuni testimoni, i quali s'impegnarono a chiamare le autorità. Una volta giunte sul posto, l'autobomba esplose. Sopravvisse soltanto Catia Cucchi, la vigilessa che si trovava in pattuglia con Ferrari, la quale soltanto oggi, a vent'anni dalla strage, potrà ricevere un sostegno psicologico in qualità di vittima. Fu lei a vedere il suo collega e gli altri uomini morire dilaniati, mentre il Pac restava integro, per quanto danneggiato. Un miraggio che durò poche ore: alle 4.30 del mattino una seconda esplosione lo rase a terra: per ironia del destino, una sacca di gas sotterranea aveva portato autonomamente a compimento il piano non riuscito della mafia.
A posteggiare la Fiat fu una donna. A Milano furono in due a riconoscerla e descriverla alle forze dell'ordine, ma il suo profilo non venne mai inserito nelle indagini, nonostante corrispondesse a quello di una presenza che si trovava, precedentemente, anche sul luogo del fallito attentato di via Fauro, a Roma. Come se non bastasse, quella giovane bionda non è l'unico punto oscuro della strage di via Palestro. Non sono in pochi a domandarsi infatti se siano state battute veramente tutte le piste per poter ricostruire la verità. Se è così, come è possibile che Robertino Enea, il capo di Cosa Nostra a Milano, non venne mai coinvolto nel processo sull'attentato, nonostante alcune immagini lo ritraggano nei pressi del Pac?
Il boss si trovava, quella sera, all'interno di una sala da biliardo monitorata dalla Dia, impegnata in alcune indagini su un traffico di stupefacenti tra Milano e Palermo. Una volta esplosa l'autobomba, le videocamere installate ripresero la corsa di tutte le persone presenti nel locale verso il Padiglione; tutte tranne Enea che, con passo calmo, si allontanò in direzione opposta e non venne mai inserito nel processo.
Altro mistero: poche settimane dopo la tragedia, il caso passò in mano alla procura di Firenze. Questo poiché l'esplosivo utilizzato nell'attentato di via Palestro era lo stesso di quello che, due mesi prima, devastò via dei Gerogofili nel capoluogo toscano. Un'analogia che dimostrò chiaramente lo stampo mafioso dell'accaduto, considerato che il tritolo era quello confezionato da Spatuzza, Lo Nigro e Giuliano presso il rudere di Mangano. Eppure, quasi per assurdo, nella sentenza di primo grado della Corte d'Assise di Firenze, si legge come la strage milanese sia rimasta praticamente oscura nelle modalità di esecuzione e, in parte negli autori.”Una sentenza parzialmente corretta in appello, quando la corte giudicò “autori materiali della strage di Milano, innanzitutto, giusto il racconto di Pietro Carra, Salvatore Grigoli, Antonio Scarano e Pietro Romeo, le persone da questi espressamente indicate. Vale a dire, Antonino Mangano, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo NigroGaspare Spatuzza. Alle persone sopra dette, indicate dai collaboratori, vanno aggiunte Giacalone Luigi, Benigno Salvatore e gli stessi Antonio Scarano e Grigoli Salvatore. Oltre che naturalmente lo stesso Carra”.
Nel 2002, fu la Corte di Cassazione a tentar di ricostruire l'avvenuto: l'esplosivo, macinato e confezionato, fu consegnato il 23 luglio. Tra il 26 e il 27 luglio, Lo Nigro e Giuliano raggiunsero a Roma Scarano, che era impegnato nella preparazione degli attentati alle chiese della capitale. Qui quest'ultimo scoprì da Lo Nigro l'esistenza dell'attentato milanese: le tre bombe sarebbero dovute esplodere contemporaneamente a mezzanotte.
Altri nomi di celebri mafiosi vennero poi sciorinati dal pentito Spatuzza che spiegò come, a prender parte all'attentato milanese, vi furono anche Giovanni Formoso e i fratelli Vittorio e Filippo Marcello Tutino. Quest'ultimo è attualmente indagato, ma il tempo trascorso ha reso impossibile trovare prove sufficienti a richiederne l'arresto.Vittorio Tutino, invece, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, è stato assolto in via definitiva per quella di Milano. Formoso, infine, è stato condannato per l'attentato di via Palestro e sta scontando l'ergastolo.
Ma le rivelazioni di Spatuzza non si fermano a ciò. Il pentito, durante un interrogatorio, spiegò infatti come, a Milano, “l'obiettivo venne mancato di 150 metri”. Ovvero, Cosa Nostra avrebbe voluto far saltare in aria qualcos'altro. Cosa è un'incognita: il collaboratore dice di non sapere.
Il pensiero corre dunque ai luoghi importanti che su via Palestro si affacciano, che avrebbero potuto rappresentare bersagli appetibili. Particolare importanza, in quei giorni in pieno scandalo Tangentopoli, rivestiva il Palazzo dell'Informazione di Piazza Cavour, laddove trovano spazio le sedi de La Stampa, de Il Giorno e dell'Ansa.
A circa 100 metri dal Pac si troverebbe anche, sebbene mai venne confermato, il Centro europeo di comunicazione del gran maestro massonico Giuliano Di Bernardo.
Poco lontano vi è la sede degli uffici di Dell'Utri: secondo gli inquirenti, l'attentato poteva configurarsi come un invito all'ex numero uno di Publitalia ad accelerare il patto con Cosa Nostra. Infine, sempre in prossimità di via Palestro, dovrebbe esistere un ufficio dei Servizi Segreti e, la bomba sarebbe potuta essere destinata a loro.
Quel che è certo è che, nonostante i due decenni di indagini, l'attentato di via Palestro, a opera di Cosa Nostra, è ancora quello che presenta più misteri e verità mancate: dimenticato e affossato da una giustizia assente, ha trovato riscatto soltanto recentemente, quando, per la prima volta, vi è stato un riconoscimento ufficiale dello stampo mafioso della strage. La targa che spicca infatti sulla strada per anni ha portato la scritta “vittime innocenti per un vile attentato”; soltanto in occasione del ventesimo anniversario è stata sostituita con un ben più reale e giusto “strage mafiosa per ricattare lo Stato”.

Nessun commento:

Posta un commento