giovedì 30 maggio 2013

Il potere inespresso della mente: placebo e distrazione


Effetto placebo, ovvero quella reazione benefica dell’organismo che non si manifesta grazie alla somministrazione di principi attivi di tipo farmacologico ma fondamentalmente in associazione all’aspettativa di miglioramento o guarigione delle proprie condizioni. In pratica: se ho l’emicrania e mi aspetto che questa pillolina blu possa farmi bene, è possibile che il dolore mi passi, anche se la pillolina in realtà fosse composta di solo zucchero. Lasciando ad altre fonti la spiegazione di quel poco che si sa del placebo e del suo funzionamento (segnalandovi, tra gli altri, questo articolo), vorremmo da oggi concentrarci su alcuni studi, alcuni recentissimi e altri meno, che mettono in luce qualche elemento in più di questo straordinario e misterioso fenomeno. D’altronde si tratta di una potenzialità inespressa della nostra mente, e precisamente quella di mandare specifici comandi all’organismo in assenza di interventi o mediatori esterni. Vale la pena approfondirlo, quanto meno per “conoscerci” meglio.
Allora, il primo studio che vorremmo segnalarvi è davvero fresco-fresco. Si tratta di un articolo scritto da Jason T. Buhle, Bradford L. Stevens, Jonathan J. Friedman e Tor D. Wager dal titolo Distraction and Placebo: Two Separate Routes to Pain Control (Psychological Science, 2012).
Gli autori partono dal presupposto che mentre il placebo agisce grazie ad un’aspettativa di sollievo, la distrazione – che anch’essa può alleviare il dolore – opera mantenendo la mente occupata (motivo per cui mentre stiamo facendo un discorso pubblico e abbiamo il raffreddore, è facile non avvertire l’esigenza di soffiarsi il naso fino a quando non abbiamo terminato l’incontro).
Bene. A questo punto i teorici dell’Università del Colorado Boulder si sono chiesti se ci fosse una correlazione tra i due effetti, ovvero se i processi cerebrali coinvolti nei due casi fossero gli stessi (proprio come il neuroimaging sembrava suggerire nel mostrare il coinvolgimento della corteccia prefrontale dorsolaterale). Sembra di no.
Mediante un esperimento, gli studiosi sono riusciti a ridurre il dolore sia somministrando dei placebo che dei compiti di memoria di lavoro piuttosto difficili. Utilizzati entrambi, placebo e distrazione hanno agito sommando i loro effetti, riuscendo quindi a diminuire il dolore percepito in modo considerevole. Dunque, siamo probabilmente di fronte a due meccanismi cerebrali differenti.
Ma procediamo con ordine. Il dolore sui 33 volontari veniva provocato attraverso una placca di metallo calda appoggiata sulla loro pelle. In una prima sessione la placca venne usata per calibrare la soglia di percezione del dolore di ognuno dei partecipanti. Nella seconda sessione ad alcuni di loro venne applicata una normale crema dicendo loro che si trattava di un potente ma innocuo analgesico, mentre agli altri fu detta la verità. Il gruppo-placebo fu sottoposto sia a delle prove di valutazione del calore (e del dolore) della piastra di metallo che alle prove mnemoniche. Nella terza sessione accadde la stessa cosa ma al gruppo non-placebo.
Risultato: sia con il solo placebo che con placebo e compiti di memoria, i partecipanti hanno riferito di sentire meno dolore, conducendo all’evidenza, nel secondo caso, che i due effetti si erano sommati l’uno all’altro, senza creare interferenze.
A cosa fa pensare tutto questo? Innanzi tutto alla possibilità di un’analgesia combinata attraverso placebo e distrazione, senza l’intervento quindi di analgesici chimici (dai ben noti effetti collaterali). Poi, certamente, al fatto di avere davvero ancora tanto da imparare sulla nostra mente e, non ultimo, di essere corredati realmente della possibilità di far fronte al dolore. Mica male, non trovate?


Uno dei problemi principali in merito alla ricerca sul placebo (oltre che rischiare di farci prendere meno farmaci e quindi spendere di meno), è quello inerente all’etica: quanto è giusto “ingannare” il malato facendogli credere di essere sottoposto ad una cura farmacologica quando invece si tratta di pillole di zucchero? In effetti non è proprio il massimo, tuttavia il senso comune vuole (o, perlomeno fino ad oggi, a voluto) che sia proprio l’inconsapevolezza della “verità”, e quindi il vero e proprio inganno, ad essere l’agente efficace dell’effetto placebo: se so di assumere una sostanza farmacologica chimica, è più facile che mi senta meglio (anche se in realtà si tratta di un farmaco placebo, e quindi della cosiddetta “sugar pill”).
All’Università di Harvard alcuni ricercatori hanno pensato bene di appurare direttamente la questione e di trattare alcuni pazienti con un placebo, provando comunque ad informarli per filo e per segno di tutto ciò che sarebbe accaduto.
Lo studio in questione è intitolato Placebos without Deception: A Randomized Controlled Trial in Irritable Bowel Syndrome, condotto da Ted J. Kaptchuk, Elizabeth Friedlander, John M. Kelley, M. Norma Sanchez, Efi Kokkotou, Joyce P. Singer, Magda Kowalczykowski, Franklin G. Miller, Irving Kirsch ed Anthony J. Lembo, e pubblicato su PLoS ONE, 2010; 5 (12): e15591 DOI: 10.1371/journal.pone.0015591.
In poche parole, i ricercatori si sono indirizzati verso uno dei dieci problemi più studiati al mondo a causa della sua diffusione (dal 10 al 15% della popolazione mondiale ne soffre): la sindrome del colon irritabile (o IBS: Irritable Bowel Syndrome). Tale sindrome rappresenta un disturbo funzionale gastrointestinale cronico caratterizzato da dolori addominali e disagio associato ad alterate abitudini intestinali. Mentre molte terapie si sono rivelate efficaci per trattare i singoli sintomi di IBS come la stitichezza o la diarrea, poche metodologie si sono dimostrate funzionali e sicure nel ridurre i sintomi globali dell’IBS. Nonostante la persistenza dei sintomi, alcuni studi precedenti avevano rivelato una rispondenza significativa al trattamento placebo nei pazienti affetti dalla sindrome, oltre ad un buon grado di tolleranza dell’ambiguità e dell’incertezza caratteristica di questo genere di trattamento.
80 persone affette da questo disturbo – dopo aver firmato il consenso informato dell’esperimento – sono state divise in due gruppi. Il primo (composto da 37 persone) avrebbe assunto una pillola placebo due volte al giorno, mentre il secondo (le rimanenti 43) non avrebbe assunto nulla, rappresentando di fatto il gruppo di controllo. A tutti i pazienti è stato permesso di continuare ad assumere le medicazioni di routine (fibre, anti-spasmodici etc.) in dosaggi stabili, chiedendo loro tuttavia di non cambiare le sostanze assunte e di non fare significativi cambiamenti nel loro stile di vita per tutta la durata dell’esperimento (Agosto 2009 – Aprile 2010). Entrambi i gruppi hanno partecipato ad incontri individuali con un medico o con un’infermiera centrati sull’individuo; entrambe le figure professionali hanno cercato di favorire una relazione calda e accogliente (il che mette in luce quanto ci sia bisogno di fare questo genere di esperimenti…).
Ai partecipanti del primo gruppo è stato spiegato che in rigorose prove cliniche precedenti le pillole placebo – simili a delle pillole di zucchero – avevano dimostrato di avere la capacità di produrre significativi processi di auto-guarigione.
Questo punto sembra particolarmente rilevante. Lo sperimentatore infatti, non si è limitato a dire “guarda che queste pillole sono completamente inattive”, ma ha anche aggiunto delle informazioni importanti:
1) l’effetto placebo è potente,
2) il corpo può rispondere automaticamente prendendo le pillole placebo, proprio come nel caso della salivazione del cane di Pavlov quando sentiva il campanello (speriamo che i partecipanti abbiano apprezzato la similitudine…),
3) può essere d’aiuto un atteggiamento positivo, anche se non è necessario,
4) assumere con fiducia le pillole è fondamentale.
La bottiglietta contente le pillole era di vetro, con l’etichetta piuttosto chiara “Placebo Pills”; le capsule di gelatina marrone e blu contenevano una sostanza farmaceutica inerte.
Non solo. Entrambi i gruppi hanno goduto degli incontri con gli sperimentatori, ed in particolar modo il gruppo dei placebo è stato stimolato a riflettere e rispondere per iscritto ad alcune domande come, ad esempio: “Cosa ne pensi del fatto di aver assunto dei placebo?”, “Ti aspetti che funzioni o sei scettico?”.
Nella tabella sottostante, possiamo chiaramente constatare i risultati per i due gruppi (bianco: gruppo di controllo, grigio: placebo) ottenuti nei termini di miglioramento generale (riquadro A), cambiamento della gravità dei sintomi (riquadro B), percentuale di sollievo (riquadro C), cambiamento della qualità della vita (riquadro D).
Sì, è possibile che la relazione con lo sperimentatore abbia giocato un ruolo importante nei risultati, ed in effetti questo spiegherebbe i miglioramenti riscontrati anche nel gruppo di controllo. Certamente però, l’assunzione del placebo ha avuto un impatto rilevante sulle condizioni dei partecipanti del secondo gruppo, e le percentuali parlano chiaro.
Se le risposte al placebo negli esperimenti doppio-cieco si aggirano su percentuali del 30-40%, in questo caso la rispondenza è stata del 59%.
Dunque, cari amici, in termini di conoscenza del funzionamento della nostra mente ne sappiamo quanto prima, tuttavia ci sembra che possano essere condivise alcune riflessioni.
Innanzi tutto se l’esperimento potesse essere ripetuto su una più larga scala e su patologie di genere differente, e se anche in quel caso desse luogo a  risultati così positivi, si potrebbe affermare che non abbiamo bisogno di essere ingannati per convogliare le nostre riserve interne verso un processo di auto-guarigione. Che dire? forse basta credere nelle nostre capacità, nella possibilità di operare direttamente sul nostro organismo. O forse, insieme a questa fiducia, abbiamo bisogno che anche qualcun altro creda in tutto questo, ad esempio una figura professionale in cui riponiamo il nostro consenso.
Le domande sono tante, certo abbiamo tutti sotto il naso i risultati ottenuti dalla “falsificazione” di tutto ciò: cosa succede quando veniamo terrorizzati, quando chi è preposto alla nostra cura non crede affatto nelle nostre possibilità, quando l’intero sistema si muove verso la credenza che solo una sostanza di sintesi potrà aiutarci, e nient’altro. L’inferno in Terra, quello che stiamo vivendo. Ma sembrerebbe essere giunta l’ora di voltare pagina. Noi crediamo che sia possibile, quindi (in linea con questa ricerca) siamo già sulla buona strada…

Molte persone credono che possedere oggetti o indossare indumenti di persone che in qualche modo – ai loro occhi – sono o sono state importanti, possa “contagiare” in maniera positiva o negativa (dipende dal motivo della sua noterietà) chi li ha o chi li indossa. Tale credenza, che agli occhi della scienza suona più o meno come “superstizione”, è diffusa anche tra gli atleti: molti ritengono che vestirsi con indumenti appartenuti a grandi personaggi dello sport possa migliorare le loro prestazioni. Tale equipment sembrerebbe portatore di una sorta di contagio positivo, il quale permetterebbe il trasferimento di caratteristiche benefiche al suo portatore. Insomma, quel genere di cose di cui parlavano alcuni tipi di scienziati, fino a poco tempo fa, per ridere a crepapelle e beffeggiare quei poveracci che nel ventunesimo secolo ancora credevano a queste cose primitive.
Bene, adesso che la scienza non è più sicura nemmeno della sua ombra, considerato il campo sterminato di cose di cui ha scoperto di non sapere proprio niente, forse la questione fa un po’ meno ridere. Così poco in effetti da indurre un gruppo di studiosi ad analizzare l’effetto del contagio positivo pubblicandone un articolo non su Topolino ma su PLoS ONE.
Si tratta di una ricerca condotta da Charles Lee, Sally A. Linkenauger, Jonathan Z. Bakdash, Jennifer A. Joy-Gaba e Dennis R. Profitt dal titolo Putting Like a Pro: The Role of Positive Contagion in Golf Performance and Perception (PLoS ONE 6(10): e26016).
Si tratta di un esperimento condotto su alcuni giocatori di golf studiando, in particolar modo, la loro percezione della buca e le loro performance giocando con una mazza che credevano essere appartenuta ad un putter professionista (si trattava, in questo caso, di Ben Curtis).
All’esperimento hanno partecipato 41 studenti dell’Università della Virginia che avevano dichiarato di sapere giocare a golf. Sono stati formati due gruppi, uno di “professional” e l’altro di controllo. In pratica la differenza tra i due è che al primo è stato detto che i ricercatori avevano acquisito una mazza usata in passato dal noto Ben Curtis, ponendo loro subito dopo alcune domande, come: “Hai mai sentito parlare di Ben Curtis?”, “Non è fantastico?”, enfatizzando i successi del giocatore (il tutto per la durata di 30 secondi). Al contrario, ai partecipanti del gruppo di controllo non venne detto nulla riguardo al putter.
Per prima cosa ai partecipanti è stata fatta guardare la buca da una distanza di 2,13 metri. Servendosi di un portatile, hanno fatto una stima della distanza e della grandezza della buca, disegnandola come immaginavano fosse in dimensioni reali sullo schermo.
Successivamente, per familiarizzare con il tappeto, la mazza e la sua aderenza, hanno fatto tre lanci di prova, dopodiché hanno fatto i dieci lanci-test. Per aumentare la difficoltà, ai partecipanti è stato chiesto di fare buca in una zona non parallela all’asse principale del tappeto.
I risultati? neanche a dirsi: i giocatori “professional” hanno percepito la buca più grande rispetto al gruppo di controllo e hanno fatto (naturalmente) più buche. Ecco il grafico che mostra i risultati.
In parole povere, il contagio è avvenuto, anche se non si sa a cosa sia dovuto (impressionabilità? trasferimento di informazioni sottili? placebo?).
Non si può certo escludere l’effetto positivo dell’aspettativa. Ricerche precedenti avevano dimostrato che concentrarsi su immagini positive prima di impegnarsi in una prestazione sportiva, migliora le performance, e dunque è possibile che l’”evocazione” di Ben Curtis abbia dato luogo ad una serie di pensieri ed immagini condizionanti (e già se questa ipotesi potesse essere convalidata, si potrebbe riscrivere la storia della neuropsicologia scientifica).
La causa potrebbe risiedere anche nell’effetto “priming”: pensando di utilizzare un oggetto di un putter professionista, potrebbe essersi inconsciamente attivato il concetto di “abilità”, migliorando così le proprie prestazioni.
Che dire poi dell’ipotesi di un reale trasferimento di informazioni dovute al pensiero del putter? Non è certamente da escludere, considerati analoghi studi che hanno evidenziato l’esistenza di informazioni sottili che circolano nella maniera più impensata.
Ad ogni modo una cosa si può certamente provare: prima di dare una mazzata, pensiamo ad un professionista. Del golf, naturalmente.


1 commento:

  1. Bell'articolo, peccato per il bias antiscientifico nella seconda parte "Bene, adesso che la scienza non è più sicura nemmeno della sua ombra, considerato il campo sterminato di cose di cui ha scoperto di non sapere proprio niente, forse la questione fa un po’ meno ridere." che può avere un effetto "nocebo" nella percezione dell'articolo come equilibrato, rivolgendosi chiaramente agli alternativisti.
    Interessante l'idea del placebo annunciato, nel doppio cieco, in effetti il placebo viene confrontato col farmaco reale, quindi gli vengono riconosciuti, anche a detta di medici "tradizionali", sia benefici percepiti che reali e misurabili. Si ammette di non sapere come funziona.
    Il metodo scientifico è validissimo, ma possiede molte rigidità, ho letto, come quella di ritenere irrilevante il numero di aneddoti positivi ed il conseguente abuso della pur giustissima nozione che la correlazione non corrisponde a causa (se da adolescente i peli ti aumentano dopo che li hai rasati, ovviamente non è per via del rasoio).
    Una cosa che mi infastidisce personalmente del placebo è proprio che richieda in parte una forma di fede, e che gli alternativi possona avere come alibi paraculo che "non ci ha creduto abbastanza" se non ci sono esiti positivi.
    Teniamo conto, però, che i farmaci, teoricamente sarebbero stati inventati e vengono testati confrontandoli con il placebo, proprio per vedere se ottengono risultati migliori che con questo.
    Il placebo è però una forma di omeopatia riconosciuta, sotto sotto, su cui vale la pena indagare, appunto e se i motivi che tengono a freno la ricerca sono etici, questo potrebbe bypassarli.

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