Tra tutte le mafie, la più radicata al nord, è la 'Ndrangheta. Basti pensare alle inchieste Minotauro in Piemonte, La Svolta in Liguria, nonché i continui scandali in Lombardia.
Non è semplice riuscire a delineare con esattezza la mappa degli insediamenti piemontesi, tantomeno la loro genesi.
Un sistema come la 'Ndrangheta è unitario, strutturato su più livelli, a cui fanno capo uno o più vertici. A differenza di quella piramidale di Cosa Nostra, la 'Ndrangheta possiede una struttura interna orizzontale, che poggia sui membri di un nucleo famigliare, le 'ndrine. Più 'ndrine si fondono quindi in una “locale” che gestisce il potere in una determinata zona geografica esterna alla Calabria.
Ogni locale ha un capo, un contabile e una commissione denominata Crimine, ed è strettamente collegata con l'Onorata Società di Reggio Calabria, con cui, nonostante la propria autonomia, continua a mantenere un rapporto speculare e filiale.
Ogni locale ha un capo, un contabile e una commissione denominata Crimine, ed è strettamente collegata con l'Onorata Società di Reggio Calabria, con cui, nonostante la propria autonomia, continua a mantenere un rapporto speculare e filiale.
Negli anni cinquanta, favorita dall'emigrazione meridionale, la 'ndrangheta ha avuto modo di espandersi al nord. Ma, come spiega anche il professor di Criminologia Federico Varesedell’Università di Oxford nel suo libro “Mafie in movimento”, sarebbe troppo semplicistico limitarsi ad un discorso di flusso migratorio: è essenziale considerare il fenomeno non come causa, ma come potenziale. L'emigrazione meridionale ha dato solo la possibilità di ampliamento dell'organizzazione, grazie ai membri che si trasferivano nelle regioni settentrionali, l'effettivo radicamento mafioso è stato dettato invece dalle condizioni fertili che alcune zone del nord presentavano, quali i mercati locali non ben regolati. Questo spiega inoltre perché stessi livelli di immigrazione nelle diverse regioni non abbiano prodotto un fattore criminale d'uguale intensità.
Vennero così a crearsi le locali su territorio piemontese. Durante l'operazione Minotauro ne sono state scoperte una decina, tra attive e passive. La differenza è che una locale attiva può godere dell'approvazione dei vertici della 'ndrangheta, in sede calabra.
Si suddividono in:
Locale di Cuorgnè
, attivata dalla cosca Bruzzese di Grotteria, dalle ‘ndrine Callà di Mammola, Ursino-Scali di Gioiosa Ionica e Casile-Rodà di Condofuri.
Locale di Volpiano,
creata dalla cosca Barbaro di Platì e composta da uomini delle ‘ndrine Trimboli-Marando-Agresta e Barbaro di Platì.
Locale di Rivoli
, passiva, era stato attivata dalla ‘ndrina Romeo di San Luca.
Locale di Natile di Careri a Torino, attiva, formata dai Cua-Letto-Pipicelli.
Locale di San Giusto Canavese
, attivata dalla ‘ndrina Spagnolo-Varacalli di Ciminà e Cirella di Platì e formata da elementi degli Ursino-Scali di Gioiosa Ionica, Raso-Albanese di San Giorgio, Morgeto e Spagnolo-Varacalli di Ciminà e Cirella di Platì.
Locale di Siderno a Torino
, creata dalla cosca Commisso di Siderno e formata da personaggi delle ‘ndrine di Siderno e Cordì di Locri.
Locale di Chivasso,
attivata dalla cosca Gioffrè-Santaiti di Seminara e composta dai Serraino di Reggio Calabria e Cardeto, Bellocco-Pesce di Rosarno, Gioffrè-Santaiti di Seminara, Tassone di Cassari di Nardodipace, e comandata da Pasquale Trunfio.
Locale di Moncalieri
attivata dalla cosca Ursino di Gioiosa Ionica e formata dagli Ursino-Scali di Gioiosa Ionica ed Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Ionica.
Locale di Nichelino
, attivato dai Belfiore di Gioiosa Ionica e formata da elementi dei Bonavota di Sant’Onofrio e del Vibonese e Belfiore di Gioiosa Ionica.
Locale principale di Torino
“dei gioiosani” attualmente passiva. Era stata attivata dalla cosca Mazzaferro di Marina di Gioiosa Ionica e formata dagli stessi Mazzaferro, dalla ‘ndrine Belfiore di Gioiosa Ionica, Crea-Simonetti di Stilo e Ruga di Monasterace.
Il primo ottobre 2009, a seguito di una scissione interna, nacque poi la locale di Livorno Ferraris, comandata da Pasquale Maiolo.
Infine, secondo le intercettazioni raccolte durante l'inchiesta, esisterebbe una locale distaccata, definita “'ndrina bastarda”. Si occupa del territorio tra i comuni di Salassa, Rivarolo Canavese, Castellamonte, Ozegna, Favria e Front.
Tutti le locali si riuniscono annualmente nella “Riunione di Polsi”, un incontro tra i boss diffusi su territorio nazionale e internazionale, che si svolge al Santuario della Madonna di Polsi, a San Luca, nei primi giorni di settembre.
L'aspetto interessante delle locali in territorio settentrionale è il loro radicamento originariamente limitrofo alla città; i nuclei non hanno aggredito fin da subito Torino, in quanto la capacità dell'organizzazione dipende dal controllo che essa può esercitare. Governare dapprima i comuni più piccoli significa condizionarne la politica, rafforzandosi ed inserendosi all'interno del mercato edile, vera prerogativa dell'Onorata Società.
Per i primi decenni, comunque, la 'ndrangheta al nord -e in Piemonte nello specifico-, fu sottovalutata, foss'anche solo per il basso profilo che essa manteneva. Furono gli anni settanta, quelli d'oro per l'organizzazione criminale. Cominciarono i rapimenti, e i media presero a rivolgere l'attenzione sugli eventi che colpivano il paese, derivati da quell' “Anonima Sequestri Calabrese” che poi sarebbe la 'Ndrangheta.
Sino a quel periodo, la presenza tangibile delle mafie in Piemonte era limitata a Cosa Nostra, come spiega il professor Sciarrone, nel libro “Mafie vecchie, mafie nuove”. Erano i Catanesi a governare le operazioni illegali della regione, finchè i Calabresi non riuscirono a configurarsi come prima potenza mafiosa sul territorio, occupando di fatto tutti i campi che la criminalità siciliana non riusciva ad avvicinare. A seguito di un'alleanza tra Calabresi e Catanesi, Torino e provincia divennero inevitabilmente feudo delle famiglie d'onore.
Una situazione grave, che denunciava un altissimo livello di corruzione da parte dei piemontesi, una contesto insostenibile che cominciò a emergere. Furono molti coloro che tentarono di occuparsi del fenomeno. Su tutti, preme ricordare Bruno Caccia, ucciso nel 1983 dai Belfiore. Al riguardo, vi era stato un accordo tra Catanesi e Calabresi. I primi avrebbero dovuto eliminare il magistrato Sebastiano Sorbello, i secondi il procuratore Caccia, che stava indagando a fondo sulla 'ndrangheta in Piemonte.
Compiendo l'omicidio celebre, i Belfiore divennero il punto di riferimento delle cosche sul territorio, la più potente 'ndrina piemontese, sebbene, ufficialmente, il potere assoluto lo detenesse Mario Ursini (con la i finale, frutto di un errore dell'anagrafe, che nasconde il cognome più temibile “Ursino”). Secondo le dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustiziaGiuffrida, la famiglia Belfiore, comandata dai due fratelli Domenico e Salvatore, poteva vantare amicizie all'interno delle autorità statali e tra i magistrati, quali per esempio lo stretto rapporto intessuto con il Procuratore di Ivrea Luigi Moschella.
A cavallo degli anni '80 e '90, la famiglia, alleata con gli Ursino, comandò interamente il territorio torinese e furono oltre trenta gli omicidi che si consumarono all'ombra della Mole. Il motivo di tale mattanza è da ricercare principalmente nella faida che esplose contro i Saffiotti per il controllo delle bische clandestine, che si risolse solo nel 1992 con l'omicidio, da parte di Salvatore Belfiore, di Saverio Saffiotti.
A seguito degli assassinii e di svariati processi, il potere dei Belfiore-Ursino, andò a calare. La 'ndrangheta torinese si frantumò. Calò nuovamente il silenzio sul fenomeno mafioso in Piemonte, finchè, nel 2001, non comparvero Adolfo e Aldo Cosimo Crea, originari di Lucri, che, grazie alla ferocia, riuscirono a scalare le gerarchie 'ndranghetiste.
A Torino era un periodo difficile per l'Onorata Società, priva di un vero sostegno. Mario Ursini era in carcere, da cui sarebbe uscito solo nel 2006, avvalendosi dell'indulto.
A Volpiano, Pasqualino Marando, il nuovo re, narcotrafficante di livello internazionale, colonna del triumvirato Marando-Agresta-Trimboli, era appena stato assassinato, probabilmente proprio dal fidato Rocco Trimboli. E la 'ndrina era protagonista, assieme agli Stefanelli, di una sanguinosa faida.
A Volpiano, Pasqualino Marando, il nuovo re, narcotrafficante di livello internazionale, colonna del triumvirato Marando-Agresta-Trimboli, era appena stato assassinato, probabilmente proprio dal fidato Rocco Trimboli. E la 'ndrina era protagonista, assieme agli Stefanelli, di una sanguinosa faida.
I Crea decisero di sfruttare il momento critico per inserirsi nel panorama malavitoso piemontese. Si appoggiarono a Vincenzo Argirò, che deteneva il controllo dei videopoker a Settimo, Leinì e Brandizzo. Riuscirono poi a entrare in affari con Luciano Ursino, il nipote di Rocco Lo Presti, il padrino di Bardonecchia, che permise loro, anche grazie il favoreggiamento di alcuni agenti delle forze dell'ordine, di acquisire il controllo del racket del territorio.
Trovarono infine sostegno in Giuseppe Belfiore, fratello di Domenico e Salvatore; grazie a lui si appropriarono del controllo di tutte le bische clandestine di Torino.
Trovarono infine sostegno in Giuseppe Belfiore, fratello di Domenico e Salvatore; grazie a lui si appropriarono del controllo di tutte le bische clandestine di Torino.
E, per il controllo di queste, s'inimicarono Renato Macrì, nipote di Mario Ursini. La tensione a Torino era altissima; una guerra di mafia era imminente. L'operazione “Gioco Duro” fece scattare le manette attorno ai polsi dei fratelli Crea e di Giuseppe Belfiore, ristabilendo l'equilibrio nel capoluogo.
Adolfo e Aldo Cosimo Crea rimasero in carcere, a Bologna, per due anni. Da dietro le sbarre continuarono comunque a influenzare la Torino 'ndranghetista, e si guadagnarono l'appoggio del boss di San Luca, Giuseppe “Gambazza” Pelle.
La cosa non piacque agli affiliati dei clan concorrenti. Su tutti, Giuseppe Gioffrè.
Quando, nel 2008, questi aprì una bisca clandestina a Leinì, i fratelli Crea si fecero vivi per chiedere la loro parte. Ne conseguì una frattura: pochi mesi dopo Gioffrè venne trovato morto, a Bovalino, in Calabria. Lui, che era stato il tramite tra l'Onorata Società e l'impresario Nevio Coral, il sindaco di Leinì. A Coral, Gioffrè aveva promesso la protezione dei cantieri in cambio di appalti e insediamenti.
Quando, nel 2008, questi aprì una bisca clandestina a Leinì, i fratelli Crea si fecero vivi per chiedere la loro parte. Ne conseguì una frattura: pochi mesi dopo Gioffrè venne trovato morto, a Bovalino, in Calabria. Lui, che era stato il tramite tra l'Onorata Società e l'impresario Nevio Coral, il sindaco di Leinì. A Coral, Gioffrè aveva promesso la protezione dei cantieri in cambio di appalti e insediamenti.
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