Una nuova frontiera, per le cosche, che portava guadagni tra i più redditizi, assieme al traffico d'armi e droga.
Il costo dello smaltimento di rifiuti tossici e pericolosi, considerate le norme di tutela alla salute pubblica a cui è legato, era già notevolmente alto negli anni ottanta. Secondo le dichiarazioni che rilasciò il pentito Francesco Fonti, mancato lo scorso dicembre, lo stato italiano era disposto ad aggirare la legge pur di spendere meno, andando quindi ad affidare l'eliminazione delle scorie alle 'ndrine. A suo dire, i servizi segreti, i politici e le istituzioni richiedevano espressamente alla mafia calabrese di risolvere il problema. E l'Onorata Società non si tirava certo indietro.
Fu così che, in quegli anni, molte imbarcazioni ormai in disuso venivano caricate di rifiuti tossici e fatte salpare dai porti italiani. Le chiamavano le navi dei veleni, le navi a perdere. Carrette che dovevano raggiungere le coste africane, in special modo la Somalia, o zone vicine ai litorali italiani, e inabissarsi. Ovviamente con il carico pericoloso a bordo. Era uno stratagemma comodo: niente stoccaggio, niente spese di smaltimento, un semplice “incidente” che andava così a risolvere il gravoso e oneroso problema delle scorie radioattive, a scapito della salute pubblica e dell'ambiente.
I finti naufragi permettevano alle cosche un doppio guadagno: da una parte i soldi derivanti dalle assicurazioni delle imbarcazioni, dall'altra i compensi concordati con le istituzioni per l'impegno attuato.
Dagli anni settanta ai primi del duemila, si suppone che siano state circa trenta, le imbarcazioni utilizzate nel traffico di rifiuti tossici. Tra queste, vi era laCunsky, protagonista di uno di quei misteri tutti all'italiana. Quelli dove qualcosa si dice, qualcosa no, qualcosa emerge e qualcosa s'affossa.
Nell'aprile del 2006, Fonti aveva descritto tre naufragi, da lui stesso attuati. Si trattava delle imbarcazioni Yvonne A, Voriais Sporadais e Cunsky. Il suo resoconto riguardo l'ultima fu molto dettagliato: raccontò delle scorie da eliminare provenienti dalla Norvegia, dell'esplosivo olandese con cui aveva creato il danno alla carena della barca, della collaborazione di Francesco Muto, boss di Cetraro, il quale aveva messo a disposizione diversi motoscafi per salvare l'equipaggio.
Affermazioni che gli costarono una querela, proprio dal boss del luogo.
Affermazioni che gli costarono una querela, proprio dal boss del luogo.
Le dichiarazioni del pentito spinsero ugualmente gli inquirenti a dare il via alle ricerche sottomarine, per rinvenire il relitto. Nell'ottobre del 2009 qualcosa fu trovato: resti di un'imbarcazione che, però, si scoprirono appartenenti alla“Catania”, inabissatasi durante la prima guerra mondiale. Troppo tempo prima dell'anno in cui, secondo Fonti, la Cunsky venne fatta affondare a Cetraro, il 1993.
Due anni dopo, nel marzo 2011, i magistrati richiesero l'archiviazione del caso; non solo non si era venuti a capo di niente, non solo il pentito si contraddiceva troppo per esser considerato credibile, ma in più un ufficiale di polizia giudiziaria aveva recentemente comunicato l'informazione secondo cui, nel '93, era impossibile che la nave fosse naufragata, per il semplice motivo che non esisteva più. Era stata demolita nel 1992, nel porto di Alang, in India. Caso chiuso.
Fu un sollievo scoprire che Fonti aveva mentito. Nelle sue deposizioni aveva sciorinato molti nomi, da Bettino Craxi a Riccardo Misasi della Dc. Aveva tirato in ballo persino un certo Pino, del Sismi, con il quale – a suo dire – discuteva dello smaltimento delle scorie e da cui riceveva i soldi per i lavori eseguiti, dai 4 ai 30 miliardi di lire. Uno scisma, per l'opinione pubblica, che fortunatamente si era rivelato un'enorme bufala.
In fondo, non era la prima volta che l'ex 'ndranghetista si rivelava inaffidabile. Anche negli anni trascorsi nel crimine, pur essendo affiliato alla cosca Romeo, non aveva disdegnato di collaborare con i rivali, i Nirta e i Platì. Nel biennio '94-'95 aveva tacciato il leader socialista Giacomo Mancini di aver avuto rapporti con la Santa. Raccontava di aver incontrato il politico in un albergo e di aver ricevuto dei soldi in cambio del sostegno elettorale dell'Onorata Società. In occasione del processo, Mancini venne assolto.
Per oltre un anno, Fonti si è tenuto la nomea di uomo delle menzogne. Finché, lo scorso ottobre, è stato ribattezzato “uomo dei misteri”. Infatti, alla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, quattro mesi fa, è pervenuta una nota dellaCommissione parlamentare antimafia. In essa, il presidente Pisanu comunica l'esito di una rogatoria con la quale le autorità di New Delhi dichiarano che la Cunsky non giunse in India, né nel 1992 né mai. Di conseguenza, nel porto di Alang non fu mai demolita.
Chi aveva dato dunque l'informazione, rivelatasi errata? E, soprattutto, che fine ha fatto la Cunsky?
Alla prima domanda sta cercando di rispondere il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giuseppe Borelli, che l'11 gennaio ha deciso di ascoltare l'ufficiale colpevole di aver diffuso, nel 2009, la comunicazione. E' stato aperto un fascicolo per capire come sia stata veicolata la falsa notizia, e per quale motivo.
E' plausibile supporre che presto verrà riaperta anche l'inchiesta riguardante l'inabissamento.
Anche se, è inevitabile pensarlo, qualcuno non vuole che la verità riemerga, così come non lo voleva allora.
E' plausibile supporre che presto verrà riaperta anche l'inchiesta riguardante l'inabissamento.
Anche se, è inevitabile pensarlo, qualcuno non vuole che la verità riemerga, così come non lo voleva allora.
Sul mistero delle navi a perdere ci lavorava anche il capitano Natale De Grazia che, diciotto anni fa, era riuscito a stilare un elenco delle imbarcazioni sparite nel Mediterraneo e delle persone che, secondo lui, erano coinvolte nell'affare. Doveva interrogarne una, la sera del 13 dicembre del '95.
Non arrivò mai all'appuntamento; fu trovato morto a Nocera Inferiore. L'autopsia effettuata dalla dottoressa Del Vecchio rivelò che era mancato a causa di un infarto.
Non arrivò mai all'appuntamento; fu trovato morto a Nocera Inferiore. L'autopsia effettuata dalla dottoressa Del Vecchio rivelò che era mancato a causa di un infarto.
Ma la commissione parlamentare d'inchiesta sulle ecomafie non n'è mai stata convinta. Gaetano Pecorella, il presidente, ha richiesto nei mesi scorsi una perizia al riguardo. Tra Natale e Capodanno doveva tenersi una conferenza stampa, in cui avrebbe presentato il risultato dell'Università di Roma sulla morte di De Grazia. Il responso è stato del tutto inaspettato, tanto da far annullare l'incontro con i giornalisti: il capitano non morì per cause naturali, ma avvelenato.
Nei tessuti dell'uomo, infatti, sono state rinvenute sostanze tossiche, le quali gli avrebbero provocato immunodeficienza e immunodepressione tali da portarlo alla morte in poche ore.
Quali siano stati i veleni utilizzati per ucciderlo, però, non lo si potrà mai sapere, a causa della, citando la perizia, “superficialità, inesperienza, insipienza dell'indagine medico legale”.
Quali siano stati i veleni utilizzati per ucciderlo, però, non lo si potrà mai sapere, a causa della, citando la perizia, “superficialità, inesperienza, insipienza dell'indagine medico legale”.
Come sia possibile che un medico legale scambi un avvelenamento per un infarto, che fine abbia fatto in realtà la Cunsky e quanta verità poteva esserci nelle affermazioni di Fonti restano dubbi pesanti, che, a distanza di vent'anni, non sono ancora riusciti a trovare una risposta.
poco più a sud a Coreca comune di amantea si arenava l Jolly Rosso, altra nave a perdere, il cui carico sparì in una notte. Dove fu portato? Il comitato De Grazia è impegnato a far chiarezza su questo, i fusti tossici potrebbero essere nel letto del Fiume Oliva poco distante. Ma non è facile arrivare alla verità.
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