lunedì 10 ottobre 2011

Sciopero dei dipendenti della Despar




Sciopero dei dipendenti della Despar</font><br><font size="2" face="Tahoma" color="#000000">
    
    Nell’agrigentino e nel trapanese i lavoratori di quattro punti vendita della 
    nota catena di supermercati sono stai messi in mobilità. Inoltre la nuova azienda che gestisce il brand da gennaio non paga gli stipendi.<div id="apDivfac2"><a title="Diffondi su Facebook" name="fb_share" type="button_count"  share_url="http://www.newsphera.it/store/comersus_viewItem1.asp?idProduct=590" href="http://www.facebook.com/sharer.php">Condividi</a>  <script src="http://static.ak.fbcdn.net/connect.php/js/FB.Share" type="text/javascript"></script>
Il mese scorso il giornalista agrigentino Nuccio Cremone ha intervistato un gruppo di lavoratori impiegati nella catena di supemercati Despar. Tra le testimonianze che ha raccolto, quella di alcuni dipendenti dell'azienda che spiegano come l’attuale insostenibile situazione li abbia portati a proclamare uno sciopero, nella giornata del 16 settembre.
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Uno dei rappresentanti del gruppo, il signor Salvatore Veronica, apre la serie di risposte alle domande del reporter che indaga sul caso. L'uomo precisa però che la lavora alla Gestal. E dice che dal 9 aprile lui e suoi colleghi sono stati messi in ferie forzate. ’ultima mensilità, percepita in parte, è quella di Gennaio. Ad Agosto, grazie ad un lettera aperta, ripresa dai media, alcuni rappresentanti della protesta erano stati ricevuti dall’azienda, che li aveva rassicurati sul fatto che le cose si sarebbero preso sistemate – un sistema, questo, già usato più volte in passato e puntualmente disatteso. Ora cento famiglie sono in gravi difficoltà: sono ai ferri corti sia nei rapporti con le banche sia in quelli con gli istituti finanziari. Non riescono neanche più a trovare i soldi per pagare le bollette. E l’azienda non prevede tutele, come ad esempio la cassa integrazione.
L’atteggiamento finora civile mantenuto dai dipendenti comincia a dar segni di cedimento.
Ciò sarebbe ammissibile solo nel caso di una eventuale riapertura, ma secondo il sig. Veronica non esistono i presupposti economici perché possa concretizzarsi una prospettiva dl genere. Ecco perché la preoccupazione di queste famiglie è sempre più forte. I sindacati cercano di contattare la Gestal, facendo però regolarmente un buco nell’acqua. Promettono dei risultati che poi non arrivano. E la pazienza si è esaurita.
L’atteggiamento finora civile mantenuto dai dipendenti comincia a dar segni di cedimento. Tant’è che questi chiedono alle istituzioni di mediare tra i loro interessi e quelli dell’azienda. Monta la rabbia all’intervistato quando pensa che in tempi di crisi la Gestal ha triplicato i suoi guadagni mentre le famiglie dei lavoratori non sanno come andare avanti. Alla fine del suo discorso il gruppo dei colleghi lo applaude. Prende la parola un altro manifestante, il suo nome è Franco Castronovo. L’uomo ricorda che l’azienda che ha rilevato l’attività dei supermercati Despar dallaDimeglio – la quale, a sua volta era gestita dalla Ingross e dalla Gestal – è la G.S.B.Durante questo avvicendamento, una considerevole somma relativa al pagamento delle retribuzioni – si parla di cinque/sei mensilità, oltre al TFR (Trattamento di Fine Rapporto) – è stato lasciato in sospeso.

Altra nota stonata: i lavoratori hanno accettato la proposta dell’azienda di risolvere la controversia attraverso l’istituto della conciliazione, attivo presso la Camera di Commercio. Ma in seguito la GSB non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel verbale (che in tal caso diventa a tutti gli effetti un documento avente piena forza di legge) un comportamento scorretto di cui ha preso atto anche il segretario generale della CISLRaffaele Bonanni. Finora solo alcune delle rate pattuite sono state pagate, nonostante i ripetuti solleciti esposti nei vari incontri con i rappresentanti aziendali e la proclamazione dello stato di agitazione, una ventina di giorni prima.
I pagamenti, avviati nel mese agosto, si sono interrotti a metà settembre: la giustificazione portata a sostegno dalla G.S.B. è che se onora il suo debito con i dipendenti non potrà più saldare il conto delle merci acquistate.“Questo è un problema dell’azienda – sottolinea il sig. Castronovo – noi sappiamo solo che non riceviamo più lo stipendio. E non è giusto: la remunerazione è alla base del motivo per cui lavoriamo”. L’azienda non è nuova a questi mancanze: la stessa cosa si era verificata un paio di anni addietro. Senza contare l’assenza di merci, e quindi di vendite, circa sei mesi fa, nella fase di transizione del passaggio da un proprietario all’altro.
Il giornalista cerca con lo sguardo altri eventuali volontari disposti ad esporre le lagnanze… interviene un altro dipendente. “Come fate ad andare avanti?”, chiede Cremone. “Ci arrangiamo – è la riposta laconica dell’uomo – e ci rimane solo il lavoro nero”. È la volta di una ragazza: non ha famiglia, ma anche lei si dice alla fame. “I datori di lavoro se ne stanno fregando altamente”, commenta amareggiata dopo aver illustrato lo stesso problema dei colleghi: da gennaio i soldi non si vedono più. Anche lei, come gli altri, rimarca il fatto che nonostante ci sia un verbale di conciliazione (firmato da entrambe le parti, azienda e rappresentanze sindacali) che vincola legalmente tutti e due i soggetti all'accordo preso, la GSB continua a fare orecchie da mercante alle responsabilità che si è assunta in modo ufficiale. L’esasperazione, il non intravedere neanche una via d’uscita ai propri guai sta finendo con il logorarle i nervi.
Ad un certo punto sopravvengono problemi di salute: esaurimenti e depressioni varie, che si ripercuotono inevitabilmente nelle relazioni interpersonali. “Dov’è lo stato?”, si domanda questa gente. La videocamera diNuccio Cremone scruta ancora i volti dei presenti, cerca gli occhi di chi vuole sfogarsi, di chi è disposto a raccontare tutto il senso della propria impotenza davanti a questo ennesimo sopruso. Ma è difficile intercettare chi ha ancora voglia di lottare: troppo stanchezza accumulata, nell’indifferenza di chi dovrebbe farsi carico di situazioni del genere. È ancora la ragazza di poco fa a commentare il comportamento della GSB. Dei cinque punti vendita presenti ad Agrigento e a Cammarata , sono quattro quelli interessati, in cui circa un centinaio di lavoratori è stato posto in mobilità. Ma degli stipendi nessuna traccia.
Il giornalista chiede se c’è qualche padre di famiglia, che se la senta di spiegare in che modo si arrangiano per arrivare alla fine del mese. Si fa avanti un uomo con gli occhiali da sole: ha 40 anni: “Chi fa l’imbianchino, chi il muratore… chi può chiede aiuto alla propria famiglia, a qualche fratello o sorella”. Sui loro volti un misto d’imbarazzo e un senso d’inadeguatezza perché la tranquillità finanziaria, tra queste persone, è solo un pallido miraggio. Loro hanno il tremendo sospetto che l’unica soluzione percorribile da parte dell’azienda sia la chiusura… ma che però i proprietari non abbiano la capacità di affrontare la nuda realtà. La speranza era che il cambio di gestione inaugurasse anche un diverso rapporto tra la società e i dipendenti… e invece la musica è sempre la stessa. Un’altra donna rinforza le posizioni della giovane che aveva parlato prima. A queste persone non piace esporsi, e se lo fanno è solo perché sperano che questo sia un modo per “sbloccare” la situazione di stallo in cui si trovano da troppo tempo.
A raggiungere  il  microfono di Cremone è anche un portavoce del precedente gestore, il quale si dice preoccupato per l’immagine del brand della Despar, perché nonostante l’impegno nel rilanciare la politica commerciale di concerto al nuovo concessionario, fornendo merce e supporto di marketing per un restyling dei punti vendita, le cose non sembrano essere migliorate. Ad ogni modo non avendo un rapporto diretto con il nuovo gestore, la Despar e il Gruppo 6 G.D.O. declinano ogni responsabilità nel mancato pagamento degli stipendi ai dipendenti. Il gruppo ringrazia il portavoce e Cremone stacca. Il giorno dopo il reporter rintraccia il gruppo all’esterno della prefettura. I rappresentanti hanno cercato di mettersi in contatto con il responsabile, per informarlo della loro condizione. Sono stati ricevuti da un suo collaboratore, il dottor Di Donato, al quale hanno lasciato una relazione scritta che descrive sia i guai passati (i pagamenti da gennaio a oggi) sia quelli presenti (la messa in mobilità), e che ora sono in via di definizione con la nuova gestione della GSB.
A parlare al microfono è di nuovo il sig. Salvatore Veronica. Racconta che l'assistente del prefetto, il dottor Di Donato, ha preso nota del malessere in cui versa questa gente, e li ha rassicurati sul fatto che tenterà quanto prima di aprire un tavolo tecnico istituzionale con l’azienda che non ha ancora ottemperato all’accordo preso, anche per ricordare alla stessa la necessità dei dipendenti nell’avere una garanzia circa il mantenimento del proprio posto di lavoro. Lo sciopero è ora la loro estrema ratio per tentare di farsi ascoltare dalla GSB. Lo fanno a malincuore, per difendere la loro unica possibilità di avere una entrata economica.
Alla fine Salvatore viene applaudito dai colleghi: i partecipanti si fan forza l’uno con l’altro, per non cedere ai momenti di sconforto che ti assalgono in sordina, quando sei provato. In quei momenti in cui sopraggiunge la stanchezza che ti farebbe mollare e mandare tutto al diavolo. Più tardi è sempre lo stesso Salvatore che fa ai suoi amici e compagni di lotta il resoconto di quanto ha detto Di Donato su come procederà l’autorità competente nei confronti della GSB. PeppeVirgilioCarnelina: tutti partecipano al dibattito. Tra loro c’è anche qualcuno che è stato sfrattato da casa. Mentre l’azienda non ha pagato neanche gli assegni di maternità. Le rivendicazioni delle associazioni sindacali sono state messe a punto. La battaglia per difendere la dignità del lavoro, sempre più umiliato, non si ferma. E continua per dare una speranza al futuro di questo Bel Paese. Un paese sempre più sull’orlo del baratro. E della rivolta della società civile.

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