
PARIAMOCI IL CULO
Siamo come tonti, siamo troppo buoni,
diciamo: fateci di tutto.
I conti li paghiamo
senza sconto
e lesti siamo crocifissi.
Indefessi cittadini
tutti in una volta
nella fossa comune,
accomunati a liberare
lo spazio angusto
Cosa ci resta?
Non lo sappiamo ancora,
ma s’appresta l’ora,
pur nolente s’avvicina.
Una metafora ci
accoglie
fra le voglie
cadute come
autunno
e spente come
foglie al passo.
Cosa lesta
si presta al
contrappasso
tra grasso e compassione
cova la tenzone
del governo e ribaltone
dell’ennesimo cialtrone.
Eppure,
è sempre festa!
Più il tempo è tosto,
più il contesto
vacilla di vangelo
senz’angeli, però, ne’ cielo,
ma l’italiana scena ingrata al mondo
si fa tornar dov’era
più pazza di com’era.
Sulla terra
nostra
siamo ghettizzati, ci
fanno scozzonare;
e vendiamo pelli
prima di trovare l’orso
a quest’aderno invaso dal governo
più volte innominato.
“Troppo buono”
porta a nulla la destrezza!
Rischia così, la costa che fu mite
un orde di batoste sulla gente,
festina lente,
d’esser buona con il vino
e gentile con il corpo,
la pelle è già venduta
sebbene l’orso non sia morto.
Nulla dice
la politica funesta
che ricca, ipocrita e coreuta unita
azzera, ascolta, ma impazza arguta
che la Sicilia s’è arricchita.
Eppure, pure prega
che finisca la miseria,
e giura,
d’onorar l’attesa;
come il Nobel di Godot
spiegò la storia al disperato
morto di speranza e così ammazzato.
Il lauto premio,
qui,
non è né mito
né genio di ritorno
e di Palermo
se ne parla come cimitero,
quasi pronta al necrologio
sull’onda del “mistero!”
Soffia l’ordalia sorte
talmente è inclita l’arte della morte
nelle piastrelle a vista
del Trionfo
dov’è svanita l’acqua
dove non c’è più la fonte.
Fanno festa, allor,
chi suda ozio
e galleggia senza sazio
l’odio
di chi è dio di questo vanto
a cui manca il cosiddetto
ARSano santo.
Benvenuti, benvenuti siate voi,
che v’arraffate
questo mondo
sebbene non veniate a niente
numero di gente
che campate a scrocco
per il fare di un governo
faccendiere e porco
nella corsa all’oro e alla regione
di una qualche mafia da campione.
Questa strada persa
passa dentro l’ano
del toro amaro, tradito e disarmato
al tempo istante
inerte pure a messa
dove regna una magia
che della gente illusa
fa una testa chiusa.
Ti dò io la soluzione
pirata sdolcinato
quanto un diabetico infrollito
e per quel che ti riguarda (indicibile)
La salvezza di Palermo
è nella sua bellezza di città,
di promontorio;
di storia Favorita;
di moneta presa al banco di sicilia;
di boschi dorati sì virtuosi e generosi
da sciogliere nel mare il profumo a noi vicino
dal limone al gelsomino.
La sua brezza
è parte della vita inclita,
e dove la natura incanta
è viva la sortita!
Di quest’esempio
esimio
fanne cassa che si sbraccia
fra i poetici contorni
causa di ritorni e di morti venerate.
Non lasciare al tempo
la peggiore pulizia
di ogni sterco o vespasiano d’ospitalità indolente,
che si vede,
l’imbroglio è appariscente, è lì
flagrante d’essere l’ affare malacarne
che ci fa
la beltà per eccellenza
a cui è negata l’esultanza.
La bellezza non dev’essere espiata
dai seduti intorno alla più bella conca,
e bari,
nella sala dove non si parla
come fare ad aggiustarla.
(indicibile) è questo Presidente!
e con lui lo è il presidio,
ché l’assiso non lo teme
al massimo lo geme come specchio
di un racconto fabulato.
Ma la gente,
intanto muore lentamente.
Muoion gli uomini
gli amici
le donne
e i bambini;
muoiono le spose
muoiono i figli
muoion tutti
in questa comunione
con le allodole
dalle cronache fattiste.
Invece, l’era è
immobile
in quest’azione immemorabile
in cui il tempo della
società
scorre nel vano vanto
d’essere il campione
della più grande suggestione.
Grazie per l'attenzione Giugno 2016
Marcello Scurria
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